LA VERA ALBANIA
Certamente veleggiare in elicottero sulla bella costa albanese doveva essere più appetibile piuttosto che guardare la brutta faccia dell’Albania, quella vera, anche quella dove si vive giorno e notte, estate e inverno nelle discariche – come a Shara, proprio dentro Tirana – andate a vedere, i reietti del mondo, lontano dai bei ristoranti luminosi e profumati. Eppure si vedono, anche dalla strada nazionale, bambini piccoli, donne, padri e mariti che vivono, si nutrono, invecchiano, si ammalano e muoiono sopra a un’immensa, maleodorante discarica. E assurdo che il Silvio nazionale sia sceso nella terra delle aquile a promettere alleanze e aiuti per entrare in Europa e nella Nato volgendo la testa da ciò che più doveva vedere. Non le bellezze naturali della rocciosa costa albanese – novello Aga Khan, ha detto un mio amico albanese stamattina – non i reperti archeologici di Butrinto, ma gli ospedali, le scuole, con topi grandi come gatti, e le case fatiscenti dove le famiglie vittime delle società piramidali – che a suo tempo (1997) vendettero la casa perché abbacinati dal fascino dei facili guadagni delle stupide catene di S.Antonio e poi, quando il giocattolo si ruppe, perdettero baracca e burattini e ora vivono in appartamenti di una stanza anche in quattro !
No caro Silvio, non ci sto. In questo modo hai deluso quelle centinaia di uomini e donne che tutti i giorni lottano per far finire un Euro alla volta nella direzione giusta. Forse non ti hanno detto che nei Balcani operano oltre 1500, dico 1500 ONLUS, e non tutte adamantine nei bilanci, seppure ne abbiamo, eccome, di oneste e operose, che lottano per cambiare una realtà che sembra fatta di quelle gomme a memoria (comunque le pieghi tornano sempre alla forma primitiva). Forse non hai voluto sapere che la locale classe politica, quella al potere o no, si potrebbe sforzare assai di piu’ per onorare i finanziamenti pure enormi che l’Italia, - e diciamolo ad alta voce ! - più di qualunque altro paese dedica all’Albania. Ma perché direte voi, cari lettori ? Bene, il perche’ e’ insito nella difficolta’ che comporta fare grandi ed efficaci progetti quando i soldi da investire sono molti. E i buoni e grandi progetti sono quelli che organizzazioni serie – e ce ne sono tante – aspettano con ansia per edificare, ricostruire, sanare, disinfettare. “Già ma che ci guadagno, io personalmente, da sto’ progetto?” Sembra dire il dirigente pubblico, ministro o meno, di turno, non mi conviene piuttosto dare una mano al tizio di quella ONLUS chiacchierata che ci ha 50.000 dollari nella tasca e me ne ha promessi 10.000 se lo autorizzo a ri-dipingere la facciata della scuola? E’ paradossale ma accade proprio così, i grandi progetti hanno ormai la cassa blindata, dopo le scottature degli anni passati, e non solo italiane: se i soldi sono tanti, si difendono con pre-gare, gare, project managament unit incrociate e a prova di corruzione, etc etc. Ma alla fine succede che i progetti piccoli piccoli, e spesso insignificanti, godono della maggiore attenzione… semplicemente perché ci si può spremere qualcosa e anche perche’ sono assai meno onerosi per la quantita’ e qualita’ del lavoro che c’e’ dietro.
Ma a cosa servono i progetti grandi e costosi? Mi riferisco ad elettricita’, acque, strade, ponti, porti, ferrovie, etc etc. Vediamo da vicino le conseguenze del dissesto albanese.
Se il nostro primo ministro avesse fatto un giretto ad Elbasan, non molti chilometri da Tirana, avrebbe toccato con mano che ci sono trenta casi di tifo e forse aumenteranno. Le piogge intense degli ultimi giorni hanno drenato i batteri fecali (tra cui la temibile Salmonella Typhi) dal terreno e dalle improbabili fognature fin dentro gli sgangherati acquedotti albanesi delle acque potabili. Il risultato è contaminazione certa con gravi conseguenze per la salute pubblica. Ma certamente il ghiaccio che si serve nei ristoranti “buoni” e’ fatto con la minerale “pa gaz” (senza gas) e i viaggiatori in soldi non corrono alcun rischio. Si poteva recare all’ospedale universitario o al traumatologico e militare dove, con le finestre rotte, si attende la morte senza diagnosi, senza cure, con ascessi post-chirurgici nella parete addominale (roba da era pre-antibiotica) in attesa della santa “vis sanatrix naturae”, se mai arriverà.
Ci sono posti in Albania dove, le parti anatomiche amputate, per le ancora troppo frequenti ferite da arma da fuoco, vengono seppellite nel prato dietro l’ospedale e i cani randagi possono andare a dissotterarle, orrore! Ci sono improbabili centri per la riabilitazione delle vittime degli ordigni esplosivi (ancora un centinaio all’anno, con qualche raro incidente mortale) dove si arrangiano protesi facendo sforzi enormi con i budget mignon che sono a disposizione. Ecco, quindi, perche’ si fugge dall’Albania con lo scafo o senza, con il visto, senza visto, comunque. Un volta un albanese mi ha detto: “Voglio fuggire in Italia, perche’ se li’ mi sento male e mi butto per terra, certamente mi portano in un ospedale dove c’e’ un letto pulito, la luce, l’acqua e quant’altro per non morire...”. Non ho saputo cosa rispondere. E diceva il vero. C’e’ un reparto al policlinico universitario di Tirana dove, in piena estate, l’acqua arriva per alcune ore, solo alle prime luci dell’alba. Allora una popolazione di gente accovacciata nei corridoi si alza per andare a lavare i parenti ricoverati. Ma quel che più rattrista è che anche io, dopo anni d’Albania, sto facendo il facile gioco di tirare al bersaglio della inefficienza eclatante della classe dirigente albanese. Ma questo non rende giustizia del mio intelletto. Infatti, come criticare tutto questo se non se ne esaminino con attenzione i motivi? Troppo facile salire in cattedra e giudicare.
Facciamo un attimo due conti. Premesso che la vita in Albania, cioè benzina, carne, scarpe, vestiti, libri, etc costano ormai come in Italia, che diranno i nostri lettori nel sapere che lo stipendio medio non supera i 200 Euro al mese, in qualche caso 300? Comunque, per dirla franca franca, il Vice Procuratore Generale in Albania guadagna 500 Euro al mese. Un Ministro 700. Detto questo, l’equazione sembra avere una soluzione nel mondo dei numeri reali. Cosa deve infatti fare un poliziotto che ferma un automobilista colto in divieto di sosta ? Elevare una multa o acchiapparsi la “regalia” di un Euro già infilata tra le pagine della patente che il cauto automobilista già gli porge ? E cosa farà il professore universitario prima degli esami di fine corso? E il tecnico della locale compagnia telefonica, verrà a controllare la centralina se non gli diamo una mano ? L’infermiera ci farà l’iniezione all’ora giusta se non c’è quell’aiutino ? La guardia giurata della banca mi farà parcheggiare sulle strisce gialle se non pago il pizzetto ? E quel padre di famiglia non rubera’ di notte un tombino dalla strada? In Montenegro, per il metallo, ti danno 100 dollari tondi tondi! Provate a moltiplicare questa grande matrice numerica per tutte, dico tutte le persone, con cariche pubbliche oppure no, e avrete il quadro completo del disturbo principale in questo paese: una discrepanza schiacciante tra lo stipendio e il costo di quel che serve per vivere. Ve lo immaginate, cari lettori, un Di Pietro mani pulite che combatte a 500 Euro al mese ? Io me lo immagino, soprattutto, quando ebbe quel problemino di ritmo cardiaco e, in men che non si dica, fece tutti i controlli, finanche la scintigrafia cardiaca, senza dare neanche una mancetta !! Me lo immagino in Albania, come incubo delle ore diurne! Cari lettori in Albania la sanità non è pubblica, anche quel poco che ti possono fare è davvero privato… “intra moenia” !
Ma sì, diciamoci la sacrosanta verità, è stato molto più piacevole andare a vedere le bellezze naturali nella terra delle aquile! E, soprattutto, quando verrà a Tirana, godiamoci il Milan ! Alè !
Penna Bianca
RAPPORTO SULLA CECENIA: STORIA DEL SOLDATO IVAN
Anche questa e' una guerra infinita. Come in quello che era il territorio jugoslavo, anche nella ex Unione Sovietica c'e' molto odio, odio antico. Russi e ceceni continuano a scontrarsi e a morire, da molti anni. I combattimenti piu’ lunghi e piu’ furiosi intorno a Grozny, la capitale della repubblica separatista. Da quest'inferno ci giunge una drammatica testimonianza. Due reporter russi sono andati al fronte, a Urus-Martan, un grosso villaggio caucasico, dove e' stato rapito addirittura un Pope in missione di pace. I due russi, Yuri Jgum e Sergei Kalinin, hanno parlato con i soldati, tentando di capire il perche' di questa guerra, ma soprattutto se finira'. Questa e' la storia dei loro incontri.
Il villaggio e' stretto dai carri armati. Su un carro c'e' scritto "grazie per aver adempiuto il vostro dovere di soldati" E' l'81esimo reggimento della Guardia. Il comandante si chiama Ivan. Il cognome non importa.
- Potrebbe raccontarci che cosa l'ha impressionata di piu', tra le cose che ha visto o ha vissuto?
" Bisogna capire innanzitutto che quando si combatte e' difficile giudicare. questo si puo' fare dopo, ma in quei momenti pensi soltanto a come dare gli ordini, a come risparmiare gli uomini, come adempiere al meglio i compiti ricevuti. Ricordo un episodio. il carro armato che ci faceva da copertura venne colpito. noi facemmo in tempo a tirare fuori soltanto il comandante, gli altri due morirono. In un primo tempo il tiratore era ancora vivo e sparava, poi ci fu un'altra esplosione. la torretta del carro volo' via. Avvenne tutto sotto i miei occhi. Non lo dimentichero' facilmente. Un conto e' parlare di morte, un conto e' vederla, trovarcisi in mezzo".
- Ma esattamente cosa ha provato? Emozione, paura, dolore?
"Se qualcuno in questi casi dice di non aver avuto paura penso che non dica la verita' perche' in ciascuno c'e' l'istinto di autoconservazione. forse, prima dell'inizio del combattimento tutti ci accorgiamo di esserci sopravvalutati. ma questo dura poco. proviamo paura per pochi secondi, poi prevale il senso di responsabilita'.
- Ma capita talvolta di provare compassione per il nemico?
"Penso di si. per esempio, quando siamo entrati in citta' senza dover usare le armi, noi volevamo risolvere i problemi pacificamente. Abbiamo sparato soltanto per rispondere quando ci hanno attaccato. comunque, si prova un senso di compassione verso tutti.in questa guerra e' morta molta gente pacifica, molti civili. Esprimo la mia profonda condoglianza a questa gente."
- Ma cosa costa una guerra intimamente, cosa resta ai soldati che tornano a casa dal fronte?
"Nel momento in cui si smette di combattere, lo stato morale e psichico e' soddisfacente. ho parlato con tanti ufficiali e soldati. certo, non auguro a nessuno di vivere cio' che hanno vissuto. pero' dopo un giorno di riposo si e' pronti di nuovo a combattere. Naturalmente la guerra e' guerra, non risparmia nessuno, c'e' gente traumatizzata che passera' un periodo di riabilitazione."
In un campo pieno di neve c 'e' una tomba. C'e' scritto: "sergente maggiore della guardia buluscev - rem sciamilievic 19/9/68 - 19/2/95, caduto nell'adempimento del dovere
A pochi passi c'e' un piccolo ospedale da campo. C’e’ un soldato ferito. E' stato appena ferito. "Io sono della regione dell'Altai - dice -. Non ho grandi problemi e poi a casa non c'e' nessuno ad aspettarmi"
- Ma cosa e' successo? Era possibile evitare lo scontro?
"Forse abbiamo sbagliato, non c'e' stata una buona organizzazione. e poi questa non e' una guerra, ma una guerriglia, si combatte nelle strade, nei boschi. noi stavamo in un bosco. eravamo nascosti, ma ci hanno scoperti. abbiamo sparato, ma ci hanno circondato. erano tanti. tre dei nostri sono stati feriti, uno illeso. ci hanno disarmati e hanno detto: dite grazie che vi abbiamo catturato noi. poi ci hanno sparato.
Un altro soldato ferito. Si chiama Alia, ha diciannove anni.
-Come ti senti?
"Bene, ormai mi hanno tolto la protesi. le gambe pero' sono come rinsecchite"
-Fai dei sogni?
"Succede che qualcuno mi spari"
-Cosa pensi, tra un anno o due sarai ancora tormentato dalla guerra o no?"
"Non credo. e se anche fosse sopportero'. ma non credo"
Interviene l'ufficiale medico. Spiega: "C'e' anche in Russia che parla da anni di "sindrome afghana". E' successo in realta' quello che sta accadendo con la cosidetta "sindrome cecena". Prima nasce il termine e poi comincia ad arricchirsi di fatti. Sto studiando questo fenomeno, perche' da quando nella stampa si e' cominciato a parlare di sindrome ho notato che, se prima i rapporti con i nostri pazienti erano normali, adesso si verificano casi di pazzia o di profondo malessere. Bisogna andarci cauti, perche' a volte si cerca cosi' di giustificare persino il proprio passato".
Passa un soldato. Ha un fogliettino con l'indirizzo di casa. "Dite a mia madre che sto bene e che spero di tornare presto”. Passa un altro soldato. Urla: "La guerra e' guerra. Ma poi tutto torna a posto. E' solo questione di tempo".
Pino Scaccia