INFANZIA VIOLATA, UN CRIMINE CONTRO L'UMANITA'
La cosa che fa più paura, nel riproporsi di queste notizie, è la facilità con cui i bambini si trovano coinvolti in atti di violenza. Vittime del cinismo di chi sfrutta per denaro i loro corpi (la donazione degli organi) o la loro innocente bellezza (le organizzazioni al servizio della pedofilia). Oggetti indifesi, in troppi altri casi, della furia di persone che non sono più in grado di controllare la loro perversione, o di genitori che uccidono in loro sé stessi e la loro incapacità di accettarne la presenza. Il fatto che si sia costretti a commentare oggi, in un solo giorno, la storia di un neonato che potrebbe essere stato percosso e ucciso dalla madre in Italia e l’arresto di un bidello e di un’insegnante ritenuti responsabili della scomparsa di due ragazzine in Inghilterra, sottolinea, forse, il filo sottile che lega tutti questi fatti: la fragilità dei bambini, la mancanza per loro di difese adeguate, la perdita sempre più comune di rispetto per loro da parte degli adulti meno maturi o più francamente malati. Viviamo un tempo in cui il vero oggetto di culto, per una grande maggioranza delle persone, sembra diventato l’emergere del proprio desiderio. Soffocato dai consumi e dalla paura della noia, un numero enorme di persone, più o meno evidentemente disturbate, arriva a identificare ciò che desidera con ciò di cui ha bisogno e, subito dopo, di cui ha diritto. Particolarmente grave in questo tipo di persone la semplificazione brutale cui questo tipo di atteggiamento dà luogo, quella per cui un genitore o una norma scomoda possono essere eliminati, un’esperienza nuova ed eccitante va comunque provata. E’ in un contesto di questo genere, credo, che il riproporsi di un’evolutissima e sofisticatissima legge della giungla può mettere in difficoltà soprattutto chi è più debole. Il bambino, appunto, che non è in grado di opporsi alla volontà di chi decide di utilizzarlo, di colpirlo o di disfarsi di lui. L’obiezione più semplice a questo tipo di ragionamento riguarda la necessità di riflettere comunque sulla gravità e sull’eccezionalità della patologia da cui sono affette le persone che arrivano a mettere in atto comportamenti comunque non comuni. Chi lavora con dei bambini maltrattati o abusati sa bene, tuttavia, che il numero di bambini condannati a subire violenze di ogni tipo è molto più alto di quello segnalato dalle cronache e che non sempre è facile, anche nei casi in cui il bambino ne parla, ottenere la condanna di chi gli ha fatto del male. Il fatto che l’azione di contrasto esercitata dalle polizie di tutto il mondo occidentale non abbia posto fine agli enormi guadagni che la criminalità ricava dai pedofili e dai trafficanti di organi, d’altra parte, indica che di eccezionale in questo campo, purtroppo, vi è solo il fatto che dei crimini commessi sui bambini si abbia notizia. Mentre certo è che un numero enorme di persone, certo gravemente malate, continua a mettere la vita di un numero molto grande di bambini al servizio dei propri bisogni. Correndo rischi minimi. Mantenendo spesso la sua rispettabilità anche al termine di lunghi e spesso inutili processi. Il cambio culturale di cui avremmo bisogno partendo dai bambini, credo, è quello di considerarli sacri. Di considerare crimini contro l’umanità quelli che li riguardano. Di valutare con più severità e in modo più sistematico le competenze genitoriali delle persone che stanno male e che hanno il sacrosanto diritto di non essere lasciate sole con bambini che non sono in grado di curare da sole. Di aumentare i livelli di sorveglianza psicologica, oggi possibile, sulle persone che si occupano di loro. Di riproporre soprattutto con forza, a tutti i livelli, l’idea per cui l’essere umano non è felice nel momento in cui pretende e prende qualcosa da un altro. Può esserlo, molto di più, nel momento in cui riesce ad incontrare l’altro. Modulando il suo comportamento sulla conoscenza dei desideri di questo e sull’armonia del loro intrecciarsi con i suoi. Ridando su questa strada al bambino la possibilità di essere quello che deve essere. Il centro dell’affetto e una straordinaria ragione di gioia per chi ha o ha avuto la fortuna di incontrarlo.
Luigi Cancrini Il Messaggero
La vicenda di Jessica e Holly riporta alla memoria le tragiche storie di bimbi italiani vittime di atroci violenze. La più nota è quella di Ermanno Lavorini, 12 anni, scomparso a Viareggio il 31 gennaio 1969 e ritrovato cadavere sotto la sabbia di Marina di Vecchiano. Per questa storia furono condannate otto anni dopo tre persone. Da allora la cronaca nera è sempre stata piena di episodi raccapriccianti. L’ultimo è quello di Sara Jey la bambina di 9 anni brutalmente violentata e strangolata il 19 aprile dello scorso anno a Bologna. Otto mesi dopo, nel gennaio di quest’anno, la Corte d’Assise ha condannato al carcere a vita Siniscia Nikolic, detto Milan per quello che è stato definito uno dei più efferati delitti in famiglia: Milan, conosciuto anche come il “Cobra" era il convivente della sorella della piccola vittima, Jenni, dalla quale ha avuto anche un bambino. Milan violentò prima la nipotina e poi la strongolò con una corda. Mise il corpo in un sacchetto e nascose il cadavere nella cantina della casa dove l’omicida viveva con tutta la famiglia di Sara Jey. Nel 2000 furono tre i bambini uccisi. Il 26 aprile a Mariano Comense (Como) scompare da casa un bambino di 8 anni, Claudio Hoxha, figlio di una coppia di albanesi in Italia da dieci anni. Quando scompare il bambino sta giocando con alcuni amici nel cortile di casa. Il suo cadavere viene trovato tre giorni dopo a pochi chilometri di distanza. Ad ucciderlo, dopo aver tentato di violentarlo, è stato un suo amico, Michele, un ragazzo di 17 anni, che abitava nello stesso palazzo. Il 18 agosto a Imperia, una bimba tunisina di 4 anni, Hagere Kilani, figlia di immigrati tunisini, scompare dopo essere scesa in strada a giocare, viene trovata a tarda notte massacrata, con 5 coltellate, in un appartamento poco distante. Un mese dopo viene arrestato per omicidio Vasile Donciu un rumeno di 25 anni. Il 20 agosto dello stesso anno i carabinieri di Andria (Bari) trovano nelle campagne intorno a Castel del Monte, il cadavere semicarbonizzato di Graziella Mansi, 8 anni, figlia di un venditore ambulante. Vengono arrestati 5 ragazzi, alcuni dei quali confessano di aver rapito la bambina per usarle violenza e di averla poi bruciata viva. Un delitto agghiacciante tiene con il fiato sospeso tutta Roma nel luglio del 1998. A Ostia, scompare un bimbo di 8 anni, Simeone Nardacci, che viene ritrovato morto il giorno dopo in una baracca nella pineta di Castel Fusano. Il cadavere presenta segni di colpi. Il 27 dello stesso mese, la polizia arresta Vincenzo F. e suo figlio Claudio con l’accusa di omicidio volontario e violenza sessuale. I due saranno poi condannati rispettivamente all’ergastolo e a 15 anni di carcere. Stesse accuse per Andrea Allocca, 70 anni, e due suoi generi, Gregorio Sommese e Pio Trocchia, per l’omicidio di Silvestro Delle Cave, un bambino di 9 anni, scomparso l’8 novembre del 1997 all’uscita dalla scuola elementare di Cicciano (Napoli). Il suo cadavere non è mai stato ritrovato. Così come non è mai stato ritrovato il cadavere di Luca Amorese, conosciuto come il Pelè del Quadraro, un quartiere di Roma, scomparso il 13 novembre del 1994. Il 12 dicembre dl ’95 vengono arrestati Elvino Gargiulo e suo figlio Mario. Dal “giardino degli orrori" del Quadraro emergono storie di pedofilia tra cui anche la scomparsa e l’uccisione di Valentina Paladini, ina bimba di 11 anni. Padre e figlio sono condannati a 24 e 17 anni di carcere per la sua morte. Mario accusa il padre dell’uccisione di Amorese, ma questi ammette solo di aver avuto rapporti sessuali con il ragazzo che non è mai stato ritrovato. Vittime della stessa mano omicida Simone Allegretti, di 4 anni e Lorenzo Paolucci, 10 anni, uccisi nelle campagne intorno a Perugia nell’ottobre del ’92 e nell’agosto del ’93. L’arresto di Luigi Chiatti, che ha confessato l’omicidio ed è stato condannato a trenta anni di reclusione, mette fine all’incubo del serial killer. Un altro delitto in famiglia fu quello di Cristina Capoccitti, la piccola di sette anni, violentata e strangolata a Balsorano, in provincia dell’Aquila, il 23 agosto del 1990. Per questo assassinio venne condannato all’ergastolo lo zio della bambina.
FOLLIA IN FAMIGLIA. TUTTI I CASI
1990-1992: una storia allucinante avvenne dieci anni fa a Ostia, nei pressi di Roma. Una madre annego’ due figli gemelli nella vasca da bagno. Resto’ di nuovo incinta e due anni dopo uccise nella stessa maniera anche il terzo figlio. E fu allora scoperta e arrestata. Dopo un periodo in un istituto psichiatrico, attualmente e’ libera.
Gennaio 1994: a Cerveteri (Roma) Tullio Brigida uccide con l’ossido di carbonio i suoi tre figli di 6, 11 e 13 anni.
12 agosto 2000: a Castel di Sasso (Caserta) una maestra di 36 anni, Anna Pendolino, si uccide insieme alle tre figlie di sei, due e un anno, saturando l’interno dell’auto con i gas di scarico.
Settembre 2001: a Limidi di Soliera (Modena) un uomo trova il figlio autistico soffocato. La moglie sara’ poi accusata del delitto.
30 gennaio 2002: Samuele Lorenzi, tre anni, viene trovato morto nella sua villa di Cogne (Aosta). La madre Annamaria Franzoni viene accusata del delitto.
12 maggio 2002: a Madonna dei Monti (Sondrio) una donna di 31 anni, Loretta Zen, uccide la figlia di otto mesi lasciandola annegare nella lavatrice.
17 maggio 2002: una cameriera di Imola, Elisa Barbato, uccide a coltellate la figlia Giulia di sette anni e poi si suicida.
26 maggio 2002: Eugenio Podio, 44 anni, uccide il figlio Nicaj di sei anni a Milano.
25 giugno 2002: Olga Cerise, 31 anni, si getta in un laghetto nei pressi di Aosta insieme con il figlio di quattro anni e l’altro di appena ventuno giorni. Lei si salva e viene accusata della loro morte.
14 agosto 2002 Una neonata di due mesi viene trovata morta a Bergamo. E’ accusata la madre.
11 settembre 2002: una giovane madre a Chieti soffoca il figlio di un mese, non sopportava il suo pianto.
17 settembre 2002 : un bimbo di sei mesi precipita dal terzo piano, a Napoli, e muore. La polizia ferma la madre che confessa: “Sono stata io”
25 settembre 2002 a Parma un padre si getta dalla finestra con il figlio di nove anni, malato da tempo
GLADIO E IL SEQUESTRO MORO
Nuovi fantasmi emergono da quell'abisso oscuro che è il sequestro e l'omicidio di Aldo Moro. Dopo 24 anni, la tragedia umana e politica del presidente della Democrazia cristiana resta infatti una capitolo ancora dolorosamente aperto nella storia del nostro Paese. L'ultima clamorosa novità è che qualcuno, negli apparati dello Stato, sapeva che le Brigate Rosse volevano rapire Moro. Ma nessuno impedì il sanguinoso agguato di via Fani. La notizia, per dire la verità, è emersa qualche anno fa dall'oceano del web, in un sito costruito da un ex agente segreto del Sid, Antonino Arconte. Nome in codice G.71, Arconte faceva parte di una struttura riservatissima, la Gladio delle centurie, che aveva compiti operativi oltre confine: trecento uomini superaddestrati, che si muovevano all'interno delle strategie della Nato. Arconte, sardo di Cabras, raccontò la sua storia di soldato e di 007 sul sito http://www.geocities.com/Pentagon/4031.
Arruolatosi nel 1970 a soli 17 anni, partecipò a una selezione per entrare nei corpi speciali dell'Esercito. Passò poi al Sid (Servizio informazioni della Difesa), allora guidato dal generale Vito Miceli. Così cominciò la sua avventura in un mondo sotterraneo e silenzioso, muovendosi per tutto il mondo con la copertura di uomo di mare della marineria mercantile. Intervistato dalla Nuova nel novembre del 2000, Arconte disse: «Ho deciso di parlare, di raccontare chi sono veramente e cosa ho fatto per il mio Paese e per la democrazia, perché mi sento in pericolo. Molti, troppi, di noi sono morti. Chi in missione, chi in strani incidenti e chi è stato perfino "suicidato". La verità è che ci vogliono cancellare, vogliono cancellare la nostra storia e fare in modo che di noi non resti più la memoria».E proprio in quella lunga intervista, l'agente G.71 parlò di una sua missione in Medio Oriente, che si intrecciò con la tragedia di Aldo Moro. Ecco cosa disse Arconte: «Partii dal porto della Spezia il 6 marzo 1978, a bordo del mercantile Jumbo Emme. Sulla carta era una missione molto semplice: avrei dovuto ricevere da un nostro uomo a Beirut dei passaporti che avrei poi dovuto consegnare ad Alessandria d'Egitto. Dovevo poi aiutare alcune persone a fuggire dal Libano in fiamme, nascondendole a bordo della nave. Ma c'era un livello più delicato e più segreto in quella missione. Dovevo infatti consegnare un plico a un nostro uomo a Beirut. In quella busta c'era l'ordine di contattare i terroristi islamici per aprire un canale con le Br, con l'obiettivo di favorire la liberazione di Aldo Moro».E qui, ecco il mistero: il documento è del 2 marzo '78 e viene consegnato a Beirut il 13. Moro verrà rapito dalle Br il 16. Cioé, nel mondo sotterraneo degli 007 qualcuno si mosse per liberare il presidente della Dc, prima del rapimento. Quindi, si sapeva che Moro sarebbe stato sequestrato. Arconte non conosce i retroscena. «Per me è un mistero. Io dovevo solo effettuare la consegna. D'altra parte, il mio lavoro era quello di fare da istruttore militare. Addestravo "ribelli" e profughi in zone calde. Soprattutto in Africa».Dopo le rivelazioni di G.71, la procura della Repubblica di Roma ha aperto un'inchiesta, della quale, però, non si sa nulla. Arconte ha ora finito di scrivere un libro, pubblicato su internet da una casa editrice americana, al quale si può accedere attraverso il sito, costruito dall'agente segreto di Stay Behind. E, rispetto alle cose già raccontate, la novità è che nell'e-book viene pubblicato il documento (che doveva essere distrutto immediatamente) proveniente dal ministero della Difesa e che Arconte consegnò al gladiatore G.219. All'operazione avrebbe dovuto sovrintendere il gladiatore G.216. Il primo è il colonnello Mario Ferraro, passato poi al Sismi, che venne trovato impiccato nella sua abitazione romana nel 1995. Una morte molto strana, archiviata come suicidio, ma che non ha mai convinto i familiari dello 007. G.216, invece, è il colonnello Stefano Giovannone, capocentro dei servizi segreti militari italiani in Medio Oriente. Giovannone, conosciuto tra le "barbe finte" come «Stefano D'Arabia» o come «Il Maestro», era, guarda caso, un uomo fidatissimo di Aldo Moro, del quale condivideva la linea filopalestinese. E dalla prigione delle Br Moro chiese l'aiuto di Giovannone. Scrivendo a Flaminio Piccoli (allora presidente dei deputati Dc), infatti, aveva chiesto di far «intervenire il colonnello Giovannone, che Cossiga stima». Nella missiva indirizzata al sottosegretario alla Giustizia Erminio Pennacchini aveva poi scritto: «Vorrei che comunque Giovannone fosse su piazza».E qualcosa Giovannone fece. Ma i risultati, purtroppo, arrivarono troppo tardi. Quattro giorni prima dell'uccisione di Moro, infatti, il leader palestinese Yasser Arfat dichiarò alle agenzie: «A nome del popolo e dei rivoluzionari palestinesi, e a nome mio personale, chiedo insistentemente ai rapitori di Aldo Moro di liberarlo perchè siano salvaguardate l'unità del popolo italiano, la democrazia in Italia, e perché la sua detenzione non possa essere utilizzata dai nemici della libertà, della pace e dell'umanità».Sulla vicenda è intervenuto l'ex presidente della commissione Difesa della Camera, Falco Accame. «Moro e la scorta si potevano salvare, ci sono nuovi documenti che mettono sotto una nuova luce la questione del rapimento del presidente della Dc - ha detto -. Perchè, viene da chiedersi, la X divisione non avvertì l'onorevole Moro e le forze dell'ordine. Quasi incredibile, surreale, da non credere, se non emergesse da un documento a "distruzione immediata" che però non venne distrutto dal latore, e che ora riemerge come da un profondo abisso».Dell'esistenza del documento, è stato informato il procuratore militare di Roma Intelisano.
Pietro Mannironi “La Nuova Sardegna”
L'ATTENTATO AL PAPA
Quando Mehmet Ali' Agca fu bloccato il giorno dell'attentato in piazza San Pietro, aveva solo ventidue anni. E' il 13 maggio dell'81. Il Papa e' moribondo, per quasi un mese e' ricoverato al Gemelli. Ma gia' quattro giorni dopo, e' domenica, Woytila dal suo letto d'ospedale recitando l'Angelus perdona "il fratello che lo ha colpito".
Due anni dopo, il 27 dicembre del 1983, il Papa va a trovare Ali' Agca in carcere, a Rebibbia. Un lungo incontro, commovente, appena rubato dalle telecamere. Quasi una confessione del turco che il Pontefice nuovamente perdona. Agca raccontera' qualche tempo dopo che in quell'occasione confido' al Papa di aver agito in solitudine e in nome di Dio. "Gli era stato chiesto di uccidere un vescovo vestito di bianco". Di sicuro Agca parla per la prima volta del segreto di Fatima pubblicamente, in un'aula di tribunale, il 22 maggio del 1985.
Le inchieste sull'attentato di San Pietro, in diciannove anni, sono state tre, due i processi, ma l'unico colpevole di quel gesto clamoroso resta di fatto Ali' Agca, condannato all'ergastolo. Nelle aule di giustizia non e' stata provata quella che e' definita la "pista bulgara", cioe' l'intreccio fra servizi segreti di Sofia e la mafia turca collegata con il gruppo terroristico di estrema destra "i lupi grigi", in cui forse entra anche il mistero della scomparsa di Emanuela Orlandi. Il complotto non e' stato mai dimostrato. Esattamente un mese fa, proprio a Fatima, il Papa riconosce la validita' del "terzo mistero". Ali' Agca adesso ha ottenuto la grazia, ma i tanti misteri restano.
A vent'anni di distanza e dopo tre laboriose inchieste della magistratura italiana, ci si chiede ancora chi armò la mano del turco Alì Agca per uccidere Giovanni Paolo II che, se riuscì a sopravvivere agli effetti devastanti di quel colpo di pistola, sparatogli in piazza S. Pietro alle 17,19 del 13 maggio 1981 mentre passava tra la folla su una campagnola bianca, ne porta i segni e la sofferenza, anche se con la serenità del perdono cristiano verso chi lo voleva morto. Ed è rimasto senza risposta il fatto che Alì Agca, proprio la mattina del 28 novembre 1979 quando il Papa arrivava ad Ankara, gli rivolgeva una violenta lettera aperta sul giornale "Millyet" (La Nazione), definendolo "comandante di crociate inviato in Turchia dagli imperialisti occidentali, che hanno paura dei turchi e dei fratelli islamici", per concludere : "Se questa visita non viene cancellata, è certo che io ucciderò il Papa". L’attentato seguì dopo circa un anno e mezzo.
Alì Agca era appena evaso dal carcere militare di massima sicurezza con l’aiuto della potente organizzazione politica di estrema destra "lupi grigi", che aveva rapporti con i generali che presero il potere in Turchia con il golpe del 1980. Ed è inquietante che, alla vigilia dei venti anni dall’attentato, Oral Celik, l’esponente dei "lupi grigi" che dava ordini ad Alì Agca, abbia dichiarato che "i mandanti vanno ricercati in ambienti vaticani e non a Est". Invece, nonostante le cautele del Vaticano sui retroscena di quell’attentato, una volta accreditata, in particolare dalla stampa americana e occidentale, l’ipotesi della "pista bulgara" che portava a Mosca, mai provata ed anzi smentita ancora ieri dal dirigente del Kgb, Leonid Shebarshin, l’ex presidente degli Usa, Ronald Reagan, e il direttore della Cia, Casey, decisero di cavalcarla.
E, per due decenni, si è speculato, facendo leva su quella "pista" tenendo anche conto che i vertici politici dell’ex Urss non avevano visto favorevolmente l’elezione di un Papa polacco che, nel suo primo viaggio in Polonia nel giugno 1979, aveva affermato a Varsavia, ma rivolto a tutti i Paesi comunisti, che "il cristianesimo non può essere escluso dall’Europa dalle radici cristiane", né dallo Stato polacco "tenuto a battesimo dalla Sede apostolica". Una sfida lanciata proprio al mondo comunista dell’est e, in particolare all’Urss che aveva fatto dell’ateismo una religione di Stato. Ma, nonostante ciò, Giovanni Paolo II, ricevendo in Vaticano nel gennaio 1981 Lech Walesa in veste di leader di Solidarnosc, lo esortò ad agire "con equilibrio" facendo prevalere "il bene comune".
Ora è vero che, per ragioni politiche e non certo militari, l’attività della Santa Sede e del Papa venivano seguite dal Cremlino e dai suoi servizi diplomatici con le diverse coperture. Ma un analogo interesse è stato da sempre manifestato pure da altre cancellerie di tutto il mondo per il ruolo internazionale della Santa Sede, soprattutto, sui temi della pace e della cooperazione mondiale contro ogni forma di riarmo, in particolare o addirittura stellare. Si è "cercato di far tacere una voce che, sola, si è alzata a proclamare, con un coraggio frutto d’amore, la verità, a predicare la carità e la giustizia, ad annunciare la pace", disse il Segretario di Stato, cardinale Agostino Casaroli, il 29 giugno 1981 parlando del Papa, ricoverato al Gemelli ma scampato all’attentato nella basilica di S. Pietro.
Altri, come Oral Celik, hanno ipotizzato che le "piste" dell’attentato andavano ricercate in quel coacervo di intrecci politico-finanziari attorno all’Ambrosiano di Calvi, alle sue consociate estere e allo IOR (la banca vaticana) diretta, allora, dal chiacchierato mons. Paul Marcinkus. Il Segretario di Stato, cardinale Casaroli, nell’informare il 26 novembre 1982 i cardinali di quello scandalo che si era abbattuto sulla Santa Sede, disse con un fine linguaggio diplomatico ma molto significativo in trasparenza: "Lo IOR è stato utilizzato per la realizzazione di un progetto occulto che, all’insaputa dell’Istituto stesso, collegava ad un unico fine operazioni che, se considerate singolarmente, avevano l’apparenza di essere regolari e normali". Quali furono i mandanti, i protagonisti di quel "progetto occulto"? Non c’è risposta. Si sa solo che, con esso, gli artefici hanno mirato a destabilizzare la situazione italiana coinvolgendo anche il Vaticano. Prima di quel 13 maggio 1981 c’era stato, nel marzo di quell’anno, lo scandalo della Loggia P2 dopo che la magistratura, indagando sul caso Sindona, arrivò a Licio Gelli. Il governo Forlani era stato costretto a dimettersi. Ed era esploso lo scandalo IOR tanto che l’allora ministro delle Finanze, Beniaminio Andreatta, si era recato in Vaticano per avvertire che l’affare scottava. Tuttavia, mons. Marcinkus sottoscrisse il 1 settembre 1981 le lettere di patronage a Calvi, a cui subito dopo voltò le spalle mesi dopo. Calvi fu, poi, ritrovato impiccato sotto il ponte dei "frati grigi" a Londra e il resto è più o meno noto. Ma nulla si sa dei mandanti e dei protagonisti di quei traffici e delle implicazioni del "progetto occulto".
Lo scandalo IOR fu poi chiuso da Casaroli, in un’unica soluzione, con le banche estere e con l’allontanamento di Marcincus.dallo IOR sottoposto alla direzione di sperimentati banchieri ed al controllo di una commissione di cardinali. Quel 13 maggio, festa della madonna di Fatima, è stato trasformato in un "messaggio di fede" dal Papa, il quale si è convinto che il proiettile della pistola di Alì Agca non fu mortale perché il percorso, deviato dalla Madonna, non colpì i punti vitali del suo corpo. Perciò, nel giugno del 2000 si recò a Fatima per rendere omaggio alla madonna nella cui corona è stato fatto incastonare il proiettile. Così, il terzo segreto di Fatima si è, finalmente, chiuso perché si è chiarito, sul piano dell’interpretazione del messaggio, che il vescovo "vestito di bianco" poi "insanguinato" si identifica con Papa Wojtyla ed i pastorelli che ebbero la "visione" sono stati beatificati. Ma, al di là della "visione privata" dei pastorelli che rafforza la religiosità popolare, rimane aperto l’interrogativo: chi armò la mano di Alì Agca. Questi, dopo tante bugie, ha dichiarato due giorni fa: "Racconterò tutto solo quando sarò libero". Bisognava, forse, subordinare, come aveva suggerito Giulio Andreotti, la concessione della "grazia" solo dopo aver detto "tutta verità". Invece, il mistero continua come quello della ragazza Emanuela Orlandi, che sparisce il 22 giugno del 9183, che il padre ex funzionario del Vaticano aspetta da venti anni accusando per il rapimento i "servizi segreti italiani" e che Celik continua a ripetere che "è viva".
LA FORTUNA DI CHIAMARSI VARENNE
di Miti Vigliero
Poco tempo fa vi fu una buona notizia; secondo un sondaggio Internet compiuto attraverso le varie anagrafi nazionali, all’Italia venne annunciato che i genitori battezzavano di nuovo i figli con i classici nomi italiani. Ritornavano in auge, insomma, le Marie, i Giuseppe, i Luca e le Giulie a scapito dei tanti Jessica o Denis fino ad ora imperversanti. La notizia del bambino chiamato dal padre amante dei cavalli Varenne (in fondo Ribot sarebbe stato peggio...). Non vedo perché scandalizzarsi. Anche senza l’equitazione di mezzo, di nomi bizzarri e pure lievemente inconsulti ce ne sono sempre stati e sempre ce ne saranno. Continua, ad esempio, l’usanza di affibbiare al pargolo i nomi dei nonni; ma forse a causa delle famiglie moderne allargate, per non fare torti a nessuno dei tre nonni, ci ritroviamo oggi con un Gianantonandrea a Sassari e una Rinapianna a Roma: oppure i genitori ne scelgono uno del tutto diverso, ma sempre sobrio e soprattutto non “esotico”. Però basta sfogliare degli elenchi telefonici di qualunque città per rendersi conto che i nomi dei nostri concittadini sono in generale ancora un po’ particolari…Secoli fa la gente chiamava i figli come diavolo le pareva; ciò spiega la presenza nella nostra letteratura di nomi romantici come Cazzutoro; ma col Concilio di Trento (1545-1563) la Chiesa mise dei vincoli, stabilendo per legge che ai neonati dovessero essere dati esclusivamente nomi di Santi, personaggi dell’Antico Testamento o comunque ispirati alla religione cristiana; da qui i vari Natalina, Pasquale, Salvatore, Assunta, Quaresimina, Rosario o Resurrezione. Ma dal 700 in poi, mossi da smanie rivoluzionarie, molti genitori si ribellarono alla legge clericale raggiungendo spesso nella scelta dei nomi livelli di lieve follia, soprattutto in Emilia Romagna, terra anarco-socialista per eccellenza; sino al 1950 era facile trovare pargoli col ciuccio che si chiamavano Ribello, Ateo, Collettivo, Comunarda e Molotov. Un operaio di Rimini, a cui il padre aveva imposto il nome Sciopero, forse per vendetta volle continuare la tradizione sui suoi 3 figli chiamandoli Scintilla, Ordigno, Avanti ed Emilia Libera fu il nome di una brigatista della prima ora. I genitori clericali rispondevano a queste provocazioni battezzando la prole Santafede, Confessione, Chierieleison, Litania, Dedeo, Diesire (dies irae), Pronobi (ora pro nobis) e Purif, mite casalinga di Massalombarda che deve il nome a una ricorrenza segnata su tutti i calendari: “Purif.(purificazione) di Maria Vergine”. Fabio Castellano, raffinato esperto in analisi del costume e della società, così commenta: “Nei nomi c’è la storia di un popolo con le tracce delle sue idee, credenze, opinioni, desideri, paure, valori. Non a caso negli anni i nomi politici come Benito o Michail Aleksandrovic (Bakunin), quelli della grande musica come Aida o Adelchi e quelli storici come Paride o Achille, sono stati sostituiti dai Geiar, i Maicol (sic), le Naomi o Deborah-con-l’h; questi sono d’altra parte i valori della moderna civiltà occidentale. Dopo i valori valutari, ovvio”. Infatti nomi di battesimo sono lo specchio della società e della cultura del periodo in cui uno nasce: quelli che si chiamano Rachele o Adolfo non potranno mai nascondere la loro età, così come i vari Palmiro/a, Lenin o Nikita. Anche la moglie di Cuccia fu vittima dell’amore politico del padre che la nomò Idea Socialista; poi lui, durante il fascismo, cambiò opinione: ma a lei il nome rimase, anche se mitigato in par condicio dal cognome: Beneduce. In compenso ora, se nessuno si sogna di chiamare una figlia Casalibèrta o Diessina, tra i musulmani residenti in Italia nascono parecchi Osama. La passione per la letteratura ha ispirato molti genitori nel modenese facendoli chiamare i bimbi Athos, Portos, Aramis; e sempre in zona la S finale ha preso la mano una trentina d’anni fa creando Amos, Neris, Nolis e Meris. A Bo c’è il signor Foscolo Maria mentre a Ferrara vi sono due fratelli fabbricati da scatenati fans di Sir Conan Doyle, che si nomano rispettivamente Holms e Uotzon (ri-sic). Sempre in Emilia la passione per l’opera lirica ha prodotto moltissimi Gioconda, Azucena, Violetta, Falstaff, Otello, Radames, mentre in casa di Giovannino Guareschi lavorava una colf che si chiamava Luisamiller. Se non sono storia e arte a suggerire nomi per bambini, ci pensano sport, cinema e tv. Nel giugno 1984 a Napoli, quando era ancora incerto l’ingaggio di Maradona, furono ben 118 i neonati che vennero chiamati Diego o Diego Armando, così come molti furono i bimbi battezzati nell’estate ’82 Pablo o Pablito, in omaggio a Paolo Rossi: in compenso a Genova c’è una ragazzina 15 enne che si chiama Doriana , che potrebbe essere nome normale se gli amici di famiglia non sapessero che si tratta del diminutivo di Sampdoriana... Indubbiamente nate intorno agli anni ’70 tutte le Sabina (in omaggio alla Ciuffini del Rischiatutto), così come Lara furoreggiò dal 1966 alla fine degli anni 70 a causa della celebre colonna sonora del Dottor Zivago, mentre la maggioranza delle Sabrine è annata 1954, grazie all’omonimo film con Audrey Hepburn: in compenso, per la sindrome da rotocalco, nel cosentino oggi c’è una infelice bimba che si chiama Ledidiana (sic). Le telenovele nell’ultimo ventennio hanno rimpinzato i nostri asili di Dilan , Gessica , Geiar (sic, sic e sic), Suellen (tùrna sic, spesso italianizzato in Suella) e Samantha. Talvolta, al ridicolo, si aggiungeva l’accento regionale di chi andava a registrare in neonato in municipio. Ciò spiega ad esempio perché nelle Marche, dove la pronuncia è un po’dura (Lugìa, gampagna ecc) vi siano ragazze nomate Samanda, o che a Monterotondo (Rm) una leggiadra Ortensia sia diventata Ortenza . E se la smania dell’esotico ha recentemente creato mostri quali Jacaranda, Bramina, Volmer, Siron, Aliosha e Cocis, in Sardegna pochi anni fa, causa la caratteristica di alcuni cognomi tipici del loco, si diffuse la moda di creare nomi hollywoodiani; e così, come in una barzelletta, oggi possiamo trovare Sofia Loriga, Alain Delogu, Bruce Ligas e Demi Murgia. Lo storiografo Thomas Carlyle diceva “dare il nome a qualcuno è in realtà un’arte”; certo occorre molta ispirazione per chiamare un indifeso neonato Canzianilla , Amelberga, Osmundo, Volusiana, Eroteide, Godeardo, Eliconide, Valdetrude, Olibrio, Filigonio (tutti nel bolognese) o Ademara, Serrana, Ardelio, Foresto, Argene, Dardaco e Drusiana (Toscana). Gli industriali Migliorati (bambole) e Borletti (punti perfetti) si chiamavano rispettivamente Sostene e Senatore. A Biella c’è un signor Edile; a Bo Manilio, Manlisco, Divo; a Reggio Emilia Arto (papà ortopedico?); a Forlì Decio, Norcio, Edel e, giuro, i fratelli Salito e Disceso. A Ferrara Araldo e Anronio; a Recanati Euticchio, e Marchiano (gravidanza indesiderata?). A Roma ho trovato un Esubero (figlio probabilmente di un’esasperata pluripara) e una Eclide; a Barletta Sterpeta e a Padova la signora Ema, sperando non sia un diminutivo, strumento utilissimo ad esempio alla giornalista Gruber per celare sotto il vezzoso Lilly un teutonicissimo Dietlinde; all’ex signorina buonasera Aba Cercato un coloniale Addis Abeba e infine a Nilla Pizzi un terrificante Adionilla. Libero
NONNI DA ADOTTARE
Luigi ha 81 anni, abita in una casa di ringhiera al terzo piano, ovviamente senz’ascensore, in una via semiperiferica di Milano. Racconta che aveva problemi di vista fin da quando era bambino, che lo scorso anno è stato operato alla cataratta e il medico gli ha detto che gli servivano gli occhiali. Costavano 480 mila lire. Forse, non sono tanti soldi, ma per chi non li ha costituiscono una cifra impressionante. Allora, la sua pensione d’invalidità era di 750 mila lire al mese: 300 mila lire per l’affitto, qualcosa per mangiare e molti soldi per le medicine. Come tanti anziani bisognosi, Luigi, si deve rassegnare:“Non faccio la fame e non mi lamento. Però gli occhiali, è evidente, non li posso comprare: costano troppo”. Vive solo, senza figli e senza parenti che lo possano aiutare, in due locali dove l’intonaco è tutto scrostato. Ha l’artrosi deformante e una pensione d’invalidità, perché ha lavorato tutta la vita in una sartoria disegnando modelli di carta , ma senza contributi. Sopravvive con grande dignità e gli pesa molto la solitudine che nelle grandi città è compagna fedele degli anziani “Ognuno nel suo guscio. Tutti nascosti e chiusi a chiave come se fuori ci fosse la guerra atomica. Non vengono a bussare neppure per gli auguri di Natale”. Roma, Milano, Torino o Napoli, la situazione non cambia: tanti anziani soli che vivono una situazione di disagio non riuscendo a coprire tutte le spese con la loro pensione. Nella sola Milano si calcola che più di 20.000 anziani vivano in grave stato di bisogno. Ed è proprio a Milano che, da qualche anno, l’Associazione Emergenza Anziani ha avviato il progetto “Adotta un nonno”. L’obiettivo del progetto è semplice: aiutare gli anziani ad avere una vita migliore, permettendo loro di comperare i medicinali di cui hanno bisogno, di migliorare le loro abitazioni spesso fatiscenti, di pagare le bollette e l’affitto. Per chi decide di adottare un anziano, anzi un nonno, il piccolo contributo mensile si trasformerà nella soddisfazione di aver fatto qualcosa, molto più importante di quanto non si possa immaginare, per un’altra persona, aiutandola a migliorare le proprie condizioni di vita ed a riconquistare una gioia spesso perduta. Il progetto non si ferma qui. Oltre all’indigenza bisogna sconfiggere anche la solitudine e l’emarginazione che spesso accompagnano la vecchiaia, fino a portare a grandi forme depressive. Tanti anziani, infatti, chiedono soprattutto che qualcuno s’interessi a loro e si ricordi che ci sono. L’iniziativa “Adotta un nonno” propone di creare un rapporto diretto con l’anziano. Bastano poche ore settimanali e piccoli gesti per dare speranza ed entusiasmo a chi si sta lasciando andare. Una visita, una telefonata, un segno d’affetto possono essere importantissimi, come sostiene il testimonial d’eccezione di “Adotta un nonno”, Renato Pozzetto, che dopo averne adottato uno ha scritto:”mia figlia in agosto mi renderà nonno. Sono Felice, ma in questi giorni sono diventato nipote: ho adottato un nonno. Non avevo mai avuto dubbi, ma ora sono certo di avere fatto la cosa giusta. Mio nonno è bello come tutti i nonni, ed io sono un po’ più buono e giovane come tutti i nipoti. Non è difficile da spiegare, ma preferisco che te lo immagini. Questa storia di nonni e nipoti che s’incontrano è unica e funziona. Ormai siamo in tanti, ogni giorno di più. Tutti uguali ma speciali. Provaci anche tu, ci vuole un poco di tempo e pochissimi soldi. Così pochi che se te lo dico ti metti a ridere. Ridiamo insieme”. Perché allora non diventare nipoti? Chi volesse adottare un nonno può contattare (gli uffici sono chiusi ad agosto, ma il progetto va avanti) l’Associazione Emergenza Anziani ai seguenti numeri tel.026554355 fax.026551488
Andrea Mascaretti Il Nuovo
USTICA / UN'IPOTESI INQUIETANTE
di Umberto Telarico
collaborazione di Walter Radica e Giulia Ciappa
ANALISI TECNICA SULL’INQUIETANTE IPOTESI DI UNA
COMPONENTE UFOLOGICA NELLA STRAGE DEL DC-9 ITAVIA,
VERIFICATASI NEL CIELO DI USTICA LA SERA DEL 27 GIUGNO 1980
In base a quanto emerso dal nostro studio principale sul disastro aereo in oggetto, i punti salienti dell’intera questione possono essere così riassunti:
A) PREMESSE GENERALI
1) Un’alta percentuale di fenomeni UFOs si registra nelle aree del pianeta sedi di installazioni di interesse strategico-militare e/o sedi, al momento di tali apparizioni di “oggetti volanti non identificati”, di esercitazioni militari
2) A volte, nelle aree geografiche dove il fenomeno UFO è in genere particolarmente intenso, oppure è in atto un’ondata (flap) di manifestazioni UFOs, si registrano degli incidenti aerei dalle caratteristiche di difficile collocazione, in uno schema convenzionale
3) Sono stati registrati numerosi casi di intercettazione e conseguente tentativo di abbattimento di UFOs da parte di forze militari terrestri, appartenenti a varie nazioni; questo anche nell’ambito di esercitazioni militari, alcune delle quali volte a “coprire” vere e proprie azioni di guerra contro tali aeromobili e/o oggetti sottomarini sconosciuti
4) A livello dei vertici governativi ed istituzionali mondiali, il fenomeno ufologico – diversamente da quello che viene fatto credere all’opinione pubblica internazionale, essendo ritenuto un fenomeno “potenzialmente ostile” e, pertanto, legato alla “sicurezza nazionale” - è oggetto di ricerche coperte dal massimo livello di segretezza
5) Sullo scacchiere internazionale, la linea politica governativa, relativa alla questione degli UFOs e fenomeni connessi (intesi come la manifestazione hard della presenza ed interferenza, nel nostro ambito planetario, di intelligenze aliene), è decisa dalle maggiori potenze nucleari quali USA, Russia, Inghilterra e Francia. Anche la Cina, quale potenza nucleare, nonostante si consideri in “contrapposizione ideologica” con le sopra citate nazioni leader occidentali, riguardo la problematica degli UFOs e relativa “interferenza aliena”, porta avanti una politica improntata sul cover-up del tutto simile a quella delle altre potenze. Una tale linea politica comune (caso – questo - davvero raro fra le nazioni della Terra), dovrebbe farci comprendere come, nel caso del fenomeno degli UFOs, sia perseguita a livello internazionale una politica di “mutua assistenza” e “collaborazione” - ovviamente, anche sul piano militare - per la difesa ad oltranza (ossia con ogni mezzo e senza alcuna remora), di comuni quanto fondamentali interessi legati alla sicurezza nazionale e, nel caso specifico, alla sopravvivenza stessa del sistema di potere politico, economico e religioso
B) CONSTATAZIONI SPECIFICHE
1) Nell’area geografica comprendente la Sicilia, la Sardegna e parte della Campania si trovano numerose installazioni d’interesse strategico-militare come, ad esempio, la base aerea di Sigonella, l’aeroporto militare di Elmas, il poligono missilistico di Perdasdefegu (Quirra), la base navale della Maddalena, la base aerea di Decimomannu, la regione del Sulcis, il centro radar di Licola, la base NATO di Bagnoli, ecc. Inoltre, detta aerea del mar Tirreno è stata ed è spesso teatro di manovre militari NATO
2) Il basso Tirreno, al pari di altre aree marine tristemente note come il Triangolo delle Bermuda (nell’Oceano Atlantico occidentale), il Triangolo del Drago dell’Oceano Pacifico (in Giappone), il Triangolo dei Grandi Laghi (tra il Canada e gli Stati Uniti) ecc., è sempre stata un’area contraddistinta da un’intensa attività di tipo ufologico e “misterioso”, caratterizzata dai seguenti fenomeni
a)Alto numero di avvistamenti UFO;
b) Immersione e/o emersione di UFOs;
c) Presenza di Oggetti Sommersi Non Identificati o U.S.O.;
d) Naufragi di natanti attribuiti alla collisione con U.S.O.;
e) Scomparsa di aerei e natanti;
f) Ritrovamento di natanti privi di equipaggio a bordo;
g) Incidenti aerei anomali;
h) Black-out radio;
i) Boati “fantasma”;
3) Il giorno della tragedia di Ustica erano in corso delle esercitazioni militari aero-navali nel medio e basso mar Tirreno, esattamente in uno specchio di mare a sud-est della Sardegna, nel tratto compreso tra i comuni di Villaputzu e Siniscola. La zona interessata da tali manovre era indicata con la lettera B nella cartina allegata ad un’ordinanza di sgombero, la numero 79, emessa dal Comando in capo del Dipartimento Militare Marittimo del basso Tirreno, con sede a Napoli. Secondo tale documento, inviato alla stampa nel novembre del 1988 dall’allora vicesegretario nazionale del Partito Sardo d’Azione Mario Carbone, le esercitazioni a fuoco erano programmate dal 16 al 30 giugno compreso, e si sarebbero svolte ogni giorno dalle ore 08:00 alle ore 19:00. L’allora ministro Zanone ha sempre sostenuto che ogni tipo di manovra era conclusa alle ore 09:00 di mattina del 27 giugno 1980. Ma in tale comunicato ufficiale non si fa alcun cenno ad un’ulteriore esercitazione programmata in quei giorni, preannunciata dall’ordinanza di sgombero disposta dal Comandante in capo del Dipartimento Militare Marittimo del basso Tirreno, l’ammiraglio di squadra Angelo Monassi (vedi “la Repubblica” del 17 novembre 1988, pag. 23) . Altra conferma del fatto che, al momento della sciagura del DC-9 Itavia, erano effettivamente in corso delle manovre militari, viene dalla “Rivista marittima”, organo ufficiale della Marina Militare Italiana. A pagina 119 del numero di agosto 1980, difatti, è riportato testualmente:
“Nei giorni 26 e 27 giugno si è svolta nelle acque del poligono di Teulada (sulla costa orientale della Sardegna) un’esercitazione di tiri (di artiglieria navale) contro costa diurni e notturni con la partecipazione delle seguenti unità: caccia lanciamissili Ardito, Audace, Impavido; caccia Impetuoso e Indomito; caccia Guèpratie e corvetta Drogou della marina francese. Hanno concorso all’esercitazione, come unità per lo sgombero del poligono di tiro, le fregate Bergamini e Centauro” (vedi “Europeo” n° 33 del 18 agosto 1990, pag. 30);
4) Il disastro del DC-9 dell’Itavia presenta, ancora oggi, aspetti oscuri ed anomali. Tale tragico evento si colloca incontestabilmente in uno scenario in cui sono presenti sia forze militari aero-navali di varie nazioni, che “aeromobili non identificati” o UFOs.
5) Diversamente da quello che si è verificato in altri casi analoghi, ossia in occasione di tragici eventi in cui i Governi dei paesi autori di tali stragi hanno ammesso pubblicamente le loro responsabilità nel giro di 48 ore dal fatto, per il caso del DC-9 Itavia abbattuto nel cielo di Ustica, invece, si è registrata una congestionata azione di cover-up e depistaggio, nonché un omertoso quanto complice silenzio a livello istituzionale internazionale, tuttora in atto. Tutto ciò non trova una logica spiegazione se non tenendo conto del fatto che un tale esteso quanto omogeneo “fronte di omertà internazionale” presuppone la difesa di comuni quanto vitali interessi strategici di gran lunga superiori a quelli nazionali. Ebbene, come è dimostrato da diverse migliaia di pagine di documenti ufficiali governativi, provenienti da svariate nazioni, l’unica cosa che risponde ad un tale requisito (vedi il punto 5 della Premessa) è il fenomeno ufologico, inteso come la manifestazione hard della presenza ed interferenza di intelligenze aliene nel nostro ambito planetario.
------------ Seconda Parte ------------
SVILUPPO CRONOLOGICO E CRITICO DEGLI EVENTI LEGATI ALLA STRAGE DI USTICA
In base a tali e tanti fatti, dati e circostanze, dettagliatamente illustrati e documentati nel contesto del nostro studio dal titolo “La sciagura aerea del DC-9 Itavia nel cielo di Ustica: un ennesimo incidente anomalo avvenuto nel triangolo maledetto del mar Tirreno”, si formula la seguente ipotesi di ricostruzione dello scenario determinatosi nell’area di Ustica il 27 giugno 1980.
È da sottolineare che la ricostruzione viene effettuata solo ed esclusivamente in base alle premesse di carattere generale relative alla situazione nazionale e internazionale preesistente il tragico incidente e in base alle constatazioni di carattere più specifico relative allo stato della particolare zona dove si sono svolti gli eventi.
1) UFOs VENGONO SEGNALATI NELLA STESSA AREA (che poi sarà teatro dell'abbattimento del DC-9 Itavia) DUE GIORNI PRIMA CHE SI VERIFICHI IL TRAGICO EVENTO IN QUESTIONE.
Già il 25 giugno 1980 gli operatori radar avevano segnalato la presenza nella zona del basso mar Tirreno di velivoli non identificati, in gergo "zombi" o UFOs che dir si voglia (vedi "Roma" del 7 luglio 1980, pag. 12). Ora, per quanto riguarda gli OVNI segnalati il 25 giugno, se fosse vera l'ipotesi secondo cui il jet dell'Itavia sarebbe stato coinvolto in un'azione di guerra internazionale - non dichiarata - nei confronti del leader libico Gheddafi, è ovvio che, essendo questa un'azione improntata alla sorpresa, non poteva trattarsi assolutamente di "prove di scena" dell'attacco che poi sarebbe stato sferrato 48 ore dopo.
2) DOPO IL DECOLLO DA BOLOGNA, DUE OVNI SI ACCOSTANO E INIZIANO A SEGUIRE, MOLTO DA VICINO, IL DC-9 ITAVIA.
Il volo IH-870 della società ITAVIA parte da Bologna alle ore 20:08, con due ore di ritardo sull'orario previsto. Una volta salito in quota ed al di sopra della Toscana, secondo la ricostruzione fatta dai periti in base ai tracciati radar di Roma Ciampino, la traccia radar del DC-9 appare spuria, ossia sovrapposta a quella di un altro aeromobile (o forse due, vedi "la Stampa" del 19 giugno 1997, pag. 5) viaggiante nelle immediate vicinanze del jet civile; in altre parole, come se qualcosa (che noi riteniamo essere uno o due UFOs a tutti gli effetti) volasse di conserva - ossia si fosse disposto poco sopra, sotto o in coda - con detto cargo allo scopo (almeno secondo la versione ufficiale) di occultare la propria presenza confondendosi nel cono d'ombra radar del DC-9. Intanto, quest'ultimo procede lungo l'aerovia civile denominata Upper Ambra 13 alfa, senza potersi rendere conto di una tale presenza "estranea".
2/a) LE CONDIZIONI METEREOLOGICHE DELLE VARIE ZONE SITUATE SULLA ROTTA DEL DC-9 ITAVIA.Le condizioni meteorologiche lungo la rotta seguita dall'aereo erano sostanzialmente buone, con una visibilità di oltre 10 km. Il mare, però, a causa di un vento teso, era mosso, localmente agitato con un moto ondoso di forza 4-5. A Ponza, il cielo era sereno o poco nuvoloso, con un vento da nord-ovest che spirava a 25 nodi. Condizioni meteo simili a quelle presenti ad Ustica. A Palermo Punta Raisi c'era cielo quasi sereno e vento debole. Sulla costa campano-calabra il cielo era nuvoloso ma senza pioggia. A Capo Palinuro c'era cielo nuvoloso con vento di 20 - 25 nodi (vedi "il Tempo" del 28 giugno 1980, pag. 1, cronista G. D'Av.).
3) LA PRESENZA, A DISTANZA OPERATIVA UTILE DAL TEATRO DEGLI EVENTI, DI UN AEREO RADAR TIPO AWACS.
Nel frattempo, un aereo Awacs (un velivolo USA dotato di un sofisticato e potente radar sul dorso in grado di guidare altri aerei militari), ha sotto controllo una missione i cui scopi sono tutt'oggi rimasti top-secret e, a questo scopo, sorvola in circolo l'Appennino Tosco-Emiliano (vedi "Corriere della Sera" del 1° settembre 1999, pag. 9).
4) UN PRIMO AEREO MILITARE (FORSE UN CACCIA) SI AVVICINA E SEGUE IL JET DELL'ITAVIA.
Nel breve tratto tra Bologna e Siena il traffico aereo intorno al DC-9 diviene intenso. Una volta sulla Toscana, il DC-9 viene affiancato da un aereo con sigla militare LG-461 proveniente dalla Liguria. Tale "manovra d'inserimento" avviene praticamente davanti al muso di due della squadra composta da tre F-104 italiani decollati dalla base aerea di Grosseto intorno alle ore 20:00 del 27 giugno 1980 (vedi "la Stampa" del 19 giugno 1997, pag. 5).
5) IL "RUOLO TATTICO" DEI CACCIA ITALIANI DECOLLATI DALLA BASE DI GROSSETO.
Tali due caccia F-104 sono pilotati da Mario Naldini e Ivo Nutarelli i quali, quando incrociano il DC-9 ed il suo "accompagnatore fantasma", per ben tre volte lanciano il codice di allarme ai radar di terra, per poi far rientro alla loro base. Inoltre, viene da chiedersi se, mentre erano in volo, i piloti in questione abbiano ascoltato eventuali messaggi radio provenienti dal DC-9, dagli altri velivoli militari presenti in zona o dai comandi di terra, e quale possa essere stato il contenuto di tali eventuali comunicazioni radio.
In effetti, la presenza sulla scena dei due o tre caccia italiani potrebbe essere stata del tutto casuale; non si spiega altrimenti, difatti, il ruolo pratico di questi ultimi nell'ambito del presunto "complotto internazionale", del tutto vago ed inconsistente dal punto di vista tattico data la presenza, nell'area, di un velivolo Awacs e del velivolo militare proveniente dalla Liguria. Inoltre, se la loro azione fosse stata effettivamente pianificata in precedenza - secondo la tesi "dell'agguato premeditato" - perché lanciare, per ben tre volte, l'allarme ai radar di terra?
Resta il fatto che, alcuni anni dopo, nel 1988, i due piloti in questione vennero uccisi - simulando un incidente - durante la manifestazione aerea di Remstein, in Germania (in cui, peraltro, perirono numerosi innocenti spettatori), appena qualche giorno prima, guarda caso, della data in cui gli stessi avrebbero dovuto essere ascoltati quali testi in causa dal giudice Rosario Priore (vedi "il Mattino" del 24 dicembre 1993, pag. 5).
6) ALTRI CACCIA MILITARI SI ACCOSTANO E SEGUONO IL DC-9 ITAVIA.
Ritornando a descrivere il nostro scenario tra Roma Ciampino e Ponza, quattro velivoli (probabilmente caccia USA) volano parallelamente - poco arretrati e disposti due a destra e due a sinistra del DC-9 Itavia, quasi lo "scortassero", forse con lo scopo di sorvegliare il suo "compagno fantasma" (si è poi stabilito che i "compagni fantasma" fossero due, secondo noi due UFOs a tutti gli effetti), per cui i quattro velivoli avrebbero potuto volare in quel modo per scortare e/o costringere questi "accompagnatori" ad abbandonare la loro posizione (vedi "la Stampa" del 19 giugno 1997, pag. 5).
7) RAPPORTO SULL'AVVISTAMENTO DI UN VELIVOLO SCONOSCIUTO AL LARGO DELL'ISOLA DI PONZA ALLE ORE 20:37; VENTUNO MINUTI PRIMA, CIOÈ, CHE IL DC-9 ITAVIA SCOMPARISSE DALLO SCHERMO RADAR DI ROMA CIAMPINO.
Il seguente stralcio della conversazione telefonica tra il centro radar di Martina Franca e quello di Licola, fa parte dei nastri registrati, acquisiti e messi agli atti del procedimento sulla strage di Ustica dal giudice Rosario Priore (vedi "Corriere della Sera" del 7 ottobre 1991, pag. 13).
Ore 23:46 del 27 giugno 1980:
"Eh, sono il maresciallo Di Mico (dalla stazione di Licola, n.d.A.)".
"Capitano Patroni Griffi, mi dica".
"Senta, le dico una notizia così".
"Sì".
"Che penso non abbia nessun valore, i carabinieri di Pozzuoli…".
"Sì".
"Hanno visto… hanno avuto notizia che un velivolo a largo di Ponza veniva verso di noi (ossia verso Licola, n.d.A.), poi non l'hanno visto più, le ripeto la notizia nuda e cruda così come me l'hanno dato i nostri carabinieri".
"E a che ora questo?"
"Questo sarebbe successo alle ore otto e trentasette alfa (ossia le ore 20:37, n.d.A.), ma non ci dovremmo trovare".
Ora, che tipo di velivolo noto, sia esso militare o meno, è in grado di "scomparire" in modo tanto repentino? Che a noi risulti, nessuno… a meno che, ovviamente, non si pensi ad un UFO di origine allogena.
8) LE DIFFICOLTÀ DELLE COMUNICAZIONI RADIO TRA IL DC-9 ED IL CENTRO D'ASCOLTO DI ROMA CIAMPINO.
Ore 20:46:00
Il volo IH-870 dell'Itavia è sulla A/BEAM, cioè sulla verticale del radiofaro di Ponza. Il comandante Domenico Gatti tenta ripetutamente, ma invano, di comunicare via radio sulla normale frequenza di 133,25 mega cicli con il Centro Regionale d'Ascolto di Roma Ciampino. Finalmente, usando una frequenza radio diversa, riesce a mettersi in contatto. Quindi dice testualmente: "Qui è un cimitero. Non si riesce a comunicare né a sentire niente" (vedi "l'Occhio" del 29 giugno 1980, pag. 3 e del 3 luglio 1980, pag. 6).
9) ALTRI CONTATTI RADIO TRA IL JET CIVILE ED IL CENTRO CONTROLLO DI ROMA.
Ore 20:50:00
Il DC-9 Itavia giunge sul punto A13A dell'aerovia civile AMBRA 13 BRAVO, il penultimo punto di riporto (ossia controllo radio) prima che l'aereo entri nell'area servita dal Centro d'Ascolto di Punta Raisi. A causa della forte turbolenza in quota prodotta dal vento, il comandante Gatti richiama il centro di Roma Ciampino. Il controllore, pertanto, autorizza il cargo civile a scendere a quota 250 - ossia 25.000 piedi (pari a 8000 Mt.). Il comandante Gatti risponde "Ok" (vedi "l'Occhio" del 29 giugno 1980, pag. 3).
10) NUOVA INTERRUZIONE DEL CONTATTO RADIO TRA IL DC-9 ED IL CENTRO D'ASCOLTO DI ROMA CIAMPINO.
Ore 20:54:00
Il DC-9 sorvola il successivo punto di riporto denominato Condor. Il pilota del cargo civile tenta di comunicare con il Centro d'Ascolto di Roma Ciampino, ma ogni suo tentativo è vano. A sua volta, anche il controllore richiama il volo IH-870 dell'Itavia, senza alcun risultato (vedi "l'Occhio" del 29 giugno 1980, pag. 3). L'aereo civile in questione proseguirà regolarmente il suo volo ancora per circa 6 minuti, prima che un evento esterno lo faccia precipitare e scomparire dallo schermo del radar Marconi di Roma.
Qual è la causa che rende difficili tutti i contatti radio, fino a produrre il totale black-out degli stessi? Una "contromisura elettronica" messa in atto per coprire "un'operazione di guerra"? "Distorsioni del campo" prodotte di frequente dall'intenso campo elettromagnetico (legato al sistema propulsivo) di uno o più UFOs presenti in quell'area?
Allo stato attuale delle cose, dal nostro punto di vista, non essendoci una risposta certa ed inequivocabile, un'ipotesi vale l'altra.
(continua)
www.giruc.org
La cosa che fa più paura, nel riproporsi di queste notizie, è la facilità con cui i bambini si trovano coinvolti in atti di violenza. Vittime del cinismo di chi sfrutta per denaro i loro corpi (la donazione degli organi) o la loro innocente bellezza (le organizzazioni al servizio della pedofilia). Oggetti indifesi, in troppi altri casi, della furia di persone che non sono più in grado di controllare la loro perversione, o di genitori che uccidono in loro sé stessi e la loro incapacità di accettarne la presenza. Il fatto che si sia costretti a commentare oggi, in un solo giorno, la storia di un neonato che potrebbe essere stato percosso e ucciso dalla madre in Italia e l’arresto di un bidello e di un’insegnante ritenuti responsabili della scomparsa di due ragazzine in Inghilterra, sottolinea, forse, il filo sottile che lega tutti questi fatti: la fragilità dei bambini, la mancanza per loro di difese adeguate, la perdita sempre più comune di rispetto per loro da parte degli adulti meno maturi o più francamente malati. Viviamo un tempo in cui il vero oggetto di culto, per una grande maggioranza delle persone, sembra diventato l’emergere del proprio desiderio. Soffocato dai consumi e dalla paura della noia, un numero enorme di persone, più o meno evidentemente disturbate, arriva a identificare ciò che desidera con ciò di cui ha bisogno e, subito dopo, di cui ha diritto. Particolarmente grave in questo tipo di persone la semplificazione brutale cui questo tipo di atteggiamento dà luogo, quella per cui un genitore o una norma scomoda possono essere eliminati, un’esperienza nuova ed eccitante va comunque provata. E’ in un contesto di questo genere, credo, che il riproporsi di un’evolutissima e sofisticatissima legge della giungla può mettere in difficoltà soprattutto chi è più debole. Il bambino, appunto, che non è in grado di opporsi alla volontà di chi decide di utilizzarlo, di colpirlo o di disfarsi di lui. L’obiezione più semplice a questo tipo di ragionamento riguarda la necessità di riflettere comunque sulla gravità e sull’eccezionalità della patologia da cui sono affette le persone che arrivano a mettere in atto comportamenti comunque non comuni. Chi lavora con dei bambini maltrattati o abusati sa bene, tuttavia, che il numero di bambini condannati a subire violenze di ogni tipo è molto più alto di quello segnalato dalle cronache e che non sempre è facile, anche nei casi in cui il bambino ne parla, ottenere la condanna di chi gli ha fatto del male. Il fatto che l’azione di contrasto esercitata dalle polizie di tutto il mondo occidentale non abbia posto fine agli enormi guadagni che la criminalità ricava dai pedofili e dai trafficanti di organi, d’altra parte, indica che di eccezionale in questo campo, purtroppo, vi è solo il fatto che dei crimini commessi sui bambini si abbia notizia. Mentre certo è che un numero enorme di persone, certo gravemente malate, continua a mettere la vita di un numero molto grande di bambini al servizio dei propri bisogni. Correndo rischi minimi. Mantenendo spesso la sua rispettabilità anche al termine di lunghi e spesso inutili processi. Il cambio culturale di cui avremmo bisogno partendo dai bambini, credo, è quello di considerarli sacri. Di considerare crimini contro l’umanità quelli che li riguardano. Di valutare con più severità e in modo più sistematico le competenze genitoriali delle persone che stanno male e che hanno il sacrosanto diritto di non essere lasciate sole con bambini che non sono in grado di curare da sole. Di aumentare i livelli di sorveglianza psicologica, oggi possibile, sulle persone che si occupano di loro. Di riproporre soprattutto con forza, a tutti i livelli, l’idea per cui l’essere umano non è felice nel momento in cui pretende e prende qualcosa da un altro. Può esserlo, molto di più, nel momento in cui riesce ad incontrare l’altro. Modulando il suo comportamento sulla conoscenza dei desideri di questo e sull’armonia del loro intrecciarsi con i suoi. Ridando su questa strada al bambino la possibilità di essere quello che deve essere. Il centro dell’affetto e una straordinaria ragione di gioia per chi ha o ha avuto la fortuna di incontrarlo.
Luigi Cancrini Il Messaggero
La vicenda di Jessica e Holly riporta alla memoria le tragiche storie di bimbi italiani vittime di atroci violenze. La più nota è quella di Ermanno Lavorini, 12 anni, scomparso a Viareggio il 31 gennaio 1969 e ritrovato cadavere sotto la sabbia di Marina di Vecchiano. Per questa storia furono condannate otto anni dopo tre persone. Da allora la cronaca nera è sempre stata piena di episodi raccapriccianti. L’ultimo è quello di Sara Jey la bambina di 9 anni brutalmente violentata e strangolata il 19 aprile dello scorso anno a Bologna. Otto mesi dopo, nel gennaio di quest’anno, la Corte d’Assise ha condannato al carcere a vita Siniscia Nikolic, detto Milan per quello che è stato definito uno dei più efferati delitti in famiglia: Milan, conosciuto anche come il “Cobra" era il convivente della sorella della piccola vittima, Jenni, dalla quale ha avuto anche un bambino. Milan violentò prima la nipotina e poi la strongolò con una corda. Mise il corpo in un sacchetto e nascose il cadavere nella cantina della casa dove l’omicida viveva con tutta la famiglia di Sara Jey. Nel 2000 furono tre i bambini uccisi. Il 26 aprile a Mariano Comense (Como) scompare da casa un bambino di 8 anni, Claudio Hoxha, figlio di una coppia di albanesi in Italia da dieci anni. Quando scompare il bambino sta giocando con alcuni amici nel cortile di casa. Il suo cadavere viene trovato tre giorni dopo a pochi chilometri di distanza. Ad ucciderlo, dopo aver tentato di violentarlo, è stato un suo amico, Michele, un ragazzo di 17 anni, che abitava nello stesso palazzo. Il 18 agosto a Imperia, una bimba tunisina di 4 anni, Hagere Kilani, figlia di immigrati tunisini, scompare dopo essere scesa in strada a giocare, viene trovata a tarda notte massacrata, con 5 coltellate, in un appartamento poco distante. Un mese dopo viene arrestato per omicidio Vasile Donciu un rumeno di 25 anni. Il 20 agosto dello stesso anno i carabinieri di Andria (Bari) trovano nelle campagne intorno a Castel del Monte, il cadavere semicarbonizzato di Graziella Mansi, 8 anni, figlia di un venditore ambulante. Vengono arrestati 5 ragazzi, alcuni dei quali confessano di aver rapito la bambina per usarle violenza e di averla poi bruciata viva. Un delitto agghiacciante tiene con il fiato sospeso tutta Roma nel luglio del 1998. A Ostia, scompare un bimbo di 8 anni, Simeone Nardacci, che viene ritrovato morto il giorno dopo in una baracca nella pineta di Castel Fusano. Il cadavere presenta segni di colpi. Il 27 dello stesso mese, la polizia arresta Vincenzo F. e suo figlio Claudio con l’accusa di omicidio volontario e violenza sessuale. I due saranno poi condannati rispettivamente all’ergastolo e a 15 anni di carcere. Stesse accuse per Andrea Allocca, 70 anni, e due suoi generi, Gregorio Sommese e Pio Trocchia, per l’omicidio di Silvestro Delle Cave, un bambino di 9 anni, scomparso l’8 novembre del 1997 all’uscita dalla scuola elementare di Cicciano (Napoli). Il suo cadavere non è mai stato ritrovato. Così come non è mai stato ritrovato il cadavere di Luca Amorese, conosciuto come il Pelè del Quadraro, un quartiere di Roma, scomparso il 13 novembre del 1994. Il 12 dicembre dl ’95 vengono arrestati Elvino Gargiulo e suo figlio Mario. Dal “giardino degli orrori" del Quadraro emergono storie di pedofilia tra cui anche la scomparsa e l’uccisione di Valentina Paladini, ina bimba di 11 anni. Padre e figlio sono condannati a 24 e 17 anni di carcere per la sua morte. Mario accusa il padre dell’uccisione di Amorese, ma questi ammette solo di aver avuto rapporti sessuali con il ragazzo che non è mai stato ritrovato. Vittime della stessa mano omicida Simone Allegretti, di 4 anni e Lorenzo Paolucci, 10 anni, uccisi nelle campagne intorno a Perugia nell’ottobre del ’92 e nell’agosto del ’93. L’arresto di Luigi Chiatti, che ha confessato l’omicidio ed è stato condannato a trenta anni di reclusione, mette fine all’incubo del serial killer. Un altro delitto in famiglia fu quello di Cristina Capoccitti, la piccola di sette anni, violentata e strangolata a Balsorano, in provincia dell’Aquila, il 23 agosto del 1990. Per questo assassinio venne condannato all’ergastolo lo zio della bambina.
FOLLIA IN FAMIGLIA. TUTTI I CASI
1990-1992: una storia allucinante avvenne dieci anni fa a Ostia, nei pressi di Roma. Una madre annego’ due figli gemelli nella vasca da bagno. Resto’ di nuovo incinta e due anni dopo uccise nella stessa maniera anche il terzo figlio. E fu allora scoperta e arrestata. Dopo un periodo in un istituto psichiatrico, attualmente e’ libera.
Gennaio 1994: a Cerveteri (Roma) Tullio Brigida uccide con l’ossido di carbonio i suoi tre figli di 6, 11 e 13 anni.
12 agosto 2000: a Castel di Sasso (Caserta) una maestra di 36 anni, Anna Pendolino, si uccide insieme alle tre figlie di sei, due e un anno, saturando l’interno dell’auto con i gas di scarico.
Settembre 2001: a Limidi di Soliera (Modena) un uomo trova il figlio autistico soffocato. La moglie sara’ poi accusata del delitto.
30 gennaio 2002: Samuele Lorenzi, tre anni, viene trovato morto nella sua villa di Cogne (Aosta). La madre Annamaria Franzoni viene accusata del delitto.
12 maggio 2002: a Madonna dei Monti (Sondrio) una donna di 31 anni, Loretta Zen, uccide la figlia di otto mesi lasciandola annegare nella lavatrice.
17 maggio 2002: una cameriera di Imola, Elisa Barbato, uccide a coltellate la figlia Giulia di sette anni e poi si suicida.
26 maggio 2002: Eugenio Podio, 44 anni, uccide il figlio Nicaj di sei anni a Milano.
25 giugno 2002: Olga Cerise, 31 anni, si getta in un laghetto nei pressi di Aosta insieme con il figlio di quattro anni e l’altro di appena ventuno giorni. Lei si salva e viene accusata della loro morte.
14 agosto 2002 Una neonata di due mesi viene trovata morta a Bergamo. E’ accusata la madre.
11 settembre 2002: una giovane madre a Chieti soffoca il figlio di un mese, non sopportava il suo pianto.
17 settembre 2002 : un bimbo di sei mesi precipita dal terzo piano, a Napoli, e muore. La polizia ferma la madre che confessa: “Sono stata io”
25 settembre 2002 a Parma un padre si getta dalla finestra con il figlio di nove anni, malato da tempo
GLADIO E IL SEQUESTRO MORO
Nuovi fantasmi emergono da quell'abisso oscuro che è il sequestro e l'omicidio di Aldo Moro. Dopo 24 anni, la tragedia umana e politica del presidente della Democrazia cristiana resta infatti una capitolo ancora dolorosamente aperto nella storia del nostro Paese. L'ultima clamorosa novità è che qualcuno, negli apparati dello Stato, sapeva che le Brigate Rosse volevano rapire Moro. Ma nessuno impedì il sanguinoso agguato di via Fani. La notizia, per dire la verità, è emersa qualche anno fa dall'oceano del web, in un sito costruito da un ex agente segreto del Sid, Antonino Arconte. Nome in codice G.71, Arconte faceva parte di una struttura riservatissima, la Gladio delle centurie, che aveva compiti operativi oltre confine: trecento uomini superaddestrati, che si muovevano all'interno delle strategie della Nato. Arconte, sardo di Cabras, raccontò la sua storia di soldato e di 007 sul sito http://www.geocities.com/Pentagon/4031.
Arruolatosi nel 1970 a soli 17 anni, partecipò a una selezione per entrare nei corpi speciali dell'Esercito. Passò poi al Sid (Servizio informazioni della Difesa), allora guidato dal generale Vito Miceli. Così cominciò la sua avventura in un mondo sotterraneo e silenzioso, muovendosi per tutto il mondo con la copertura di uomo di mare della marineria mercantile. Intervistato dalla Nuova nel novembre del 2000, Arconte disse: «Ho deciso di parlare, di raccontare chi sono veramente e cosa ho fatto per il mio Paese e per la democrazia, perché mi sento in pericolo. Molti, troppi, di noi sono morti. Chi in missione, chi in strani incidenti e chi è stato perfino "suicidato". La verità è che ci vogliono cancellare, vogliono cancellare la nostra storia e fare in modo che di noi non resti più la memoria».E proprio in quella lunga intervista, l'agente G.71 parlò di una sua missione in Medio Oriente, che si intrecciò con la tragedia di Aldo Moro. Ecco cosa disse Arconte: «Partii dal porto della Spezia il 6 marzo 1978, a bordo del mercantile Jumbo Emme. Sulla carta era una missione molto semplice: avrei dovuto ricevere da un nostro uomo a Beirut dei passaporti che avrei poi dovuto consegnare ad Alessandria d'Egitto. Dovevo poi aiutare alcune persone a fuggire dal Libano in fiamme, nascondendole a bordo della nave. Ma c'era un livello più delicato e più segreto in quella missione. Dovevo infatti consegnare un plico a un nostro uomo a Beirut. In quella busta c'era l'ordine di contattare i terroristi islamici per aprire un canale con le Br, con l'obiettivo di favorire la liberazione di Aldo Moro».E qui, ecco il mistero: il documento è del 2 marzo '78 e viene consegnato a Beirut il 13. Moro verrà rapito dalle Br il 16. Cioé, nel mondo sotterraneo degli 007 qualcuno si mosse per liberare il presidente della Dc, prima del rapimento. Quindi, si sapeva che Moro sarebbe stato sequestrato. Arconte non conosce i retroscena. «Per me è un mistero. Io dovevo solo effettuare la consegna. D'altra parte, il mio lavoro era quello di fare da istruttore militare. Addestravo "ribelli" e profughi in zone calde. Soprattutto in Africa».Dopo le rivelazioni di G.71, la procura della Repubblica di Roma ha aperto un'inchiesta, della quale, però, non si sa nulla. Arconte ha ora finito di scrivere un libro, pubblicato su internet da una casa editrice americana, al quale si può accedere attraverso il sito, costruito dall'agente segreto di Stay Behind. E, rispetto alle cose già raccontate, la novità è che nell'e-book viene pubblicato il documento (che doveva essere distrutto immediatamente) proveniente dal ministero della Difesa e che Arconte consegnò al gladiatore G.219. All'operazione avrebbe dovuto sovrintendere il gladiatore G.216. Il primo è il colonnello Mario Ferraro, passato poi al Sismi, che venne trovato impiccato nella sua abitazione romana nel 1995. Una morte molto strana, archiviata come suicidio, ma che non ha mai convinto i familiari dello 007. G.216, invece, è il colonnello Stefano Giovannone, capocentro dei servizi segreti militari italiani in Medio Oriente. Giovannone, conosciuto tra le "barbe finte" come «Stefano D'Arabia» o come «Il Maestro», era, guarda caso, un uomo fidatissimo di Aldo Moro, del quale condivideva la linea filopalestinese. E dalla prigione delle Br Moro chiese l'aiuto di Giovannone. Scrivendo a Flaminio Piccoli (allora presidente dei deputati Dc), infatti, aveva chiesto di far «intervenire il colonnello Giovannone, che Cossiga stima». Nella missiva indirizzata al sottosegretario alla Giustizia Erminio Pennacchini aveva poi scritto: «Vorrei che comunque Giovannone fosse su piazza».E qualcosa Giovannone fece. Ma i risultati, purtroppo, arrivarono troppo tardi. Quattro giorni prima dell'uccisione di Moro, infatti, il leader palestinese Yasser Arfat dichiarò alle agenzie: «A nome del popolo e dei rivoluzionari palestinesi, e a nome mio personale, chiedo insistentemente ai rapitori di Aldo Moro di liberarlo perchè siano salvaguardate l'unità del popolo italiano, la democrazia in Italia, e perché la sua detenzione non possa essere utilizzata dai nemici della libertà, della pace e dell'umanità».Sulla vicenda è intervenuto l'ex presidente della commissione Difesa della Camera, Falco Accame. «Moro e la scorta si potevano salvare, ci sono nuovi documenti che mettono sotto una nuova luce la questione del rapimento del presidente della Dc - ha detto -. Perchè, viene da chiedersi, la X divisione non avvertì l'onorevole Moro e le forze dell'ordine. Quasi incredibile, surreale, da non credere, se non emergesse da un documento a "distruzione immediata" che però non venne distrutto dal latore, e che ora riemerge come da un profondo abisso».Dell'esistenza del documento, è stato informato il procuratore militare di Roma Intelisano.
Pietro Mannironi “La Nuova Sardegna”
L'ATTENTATO AL PAPA
Quando Mehmet Ali' Agca fu bloccato il giorno dell'attentato in piazza San Pietro, aveva solo ventidue anni. E' il 13 maggio dell'81. Il Papa e' moribondo, per quasi un mese e' ricoverato al Gemelli. Ma gia' quattro giorni dopo, e' domenica, Woytila dal suo letto d'ospedale recitando l'Angelus perdona "il fratello che lo ha colpito".
Due anni dopo, il 27 dicembre del 1983, il Papa va a trovare Ali' Agca in carcere, a Rebibbia. Un lungo incontro, commovente, appena rubato dalle telecamere. Quasi una confessione del turco che il Pontefice nuovamente perdona. Agca raccontera' qualche tempo dopo che in quell'occasione confido' al Papa di aver agito in solitudine e in nome di Dio. "Gli era stato chiesto di uccidere un vescovo vestito di bianco". Di sicuro Agca parla per la prima volta del segreto di Fatima pubblicamente, in un'aula di tribunale, il 22 maggio del 1985.
Le inchieste sull'attentato di San Pietro, in diciannove anni, sono state tre, due i processi, ma l'unico colpevole di quel gesto clamoroso resta di fatto Ali' Agca, condannato all'ergastolo. Nelle aule di giustizia non e' stata provata quella che e' definita la "pista bulgara", cioe' l'intreccio fra servizi segreti di Sofia e la mafia turca collegata con il gruppo terroristico di estrema destra "i lupi grigi", in cui forse entra anche il mistero della scomparsa di Emanuela Orlandi. Il complotto non e' stato mai dimostrato. Esattamente un mese fa, proprio a Fatima, il Papa riconosce la validita' del "terzo mistero". Ali' Agca adesso ha ottenuto la grazia, ma i tanti misteri restano.
A vent'anni di distanza e dopo tre laboriose inchieste della magistratura italiana, ci si chiede ancora chi armò la mano del turco Alì Agca per uccidere Giovanni Paolo II che, se riuscì a sopravvivere agli effetti devastanti di quel colpo di pistola, sparatogli in piazza S. Pietro alle 17,19 del 13 maggio 1981 mentre passava tra la folla su una campagnola bianca, ne porta i segni e la sofferenza, anche se con la serenità del perdono cristiano verso chi lo voleva morto. Ed è rimasto senza risposta il fatto che Alì Agca, proprio la mattina del 28 novembre 1979 quando il Papa arrivava ad Ankara, gli rivolgeva una violenta lettera aperta sul giornale "Millyet" (La Nazione), definendolo "comandante di crociate inviato in Turchia dagli imperialisti occidentali, che hanno paura dei turchi e dei fratelli islamici", per concludere : "Se questa visita non viene cancellata, è certo che io ucciderò il Papa". L’attentato seguì dopo circa un anno e mezzo.
Alì Agca era appena evaso dal carcere militare di massima sicurezza con l’aiuto della potente organizzazione politica di estrema destra "lupi grigi", che aveva rapporti con i generali che presero il potere in Turchia con il golpe del 1980. Ed è inquietante che, alla vigilia dei venti anni dall’attentato, Oral Celik, l’esponente dei "lupi grigi" che dava ordini ad Alì Agca, abbia dichiarato che "i mandanti vanno ricercati in ambienti vaticani e non a Est". Invece, nonostante le cautele del Vaticano sui retroscena di quell’attentato, una volta accreditata, in particolare dalla stampa americana e occidentale, l’ipotesi della "pista bulgara" che portava a Mosca, mai provata ed anzi smentita ancora ieri dal dirigente del Kgb, Leonid Shebarshin, l’ex presidente degli Usa, Ronald Reagan, e il direttore della Cia, Casey, decisero di cavalcarla.
E, per due decenni, si è speculato, facendo leva su quella "pista" tenendo anche conto che i vertici politici dell’ex Urss non avevano visto favorevolmente l’elezione di un Papa polacco che, nel suo primo viaggio in Polonia nel giugno 1979, aveva affermato a Varsavia, ma rivolto a tutti i Paesi comunisti, che "il cristianesimo non può essere escluso dall’Europa dalle radici cristiane", né dallo Stato polacco "tenuto a battesimo dalla Sede apostolica". Una sfida lanciata proprio al mondo comunista dell’est e, in particolare all’Urss che aveva fatto dell’ateismo una religione di Stato. Ma, nonostante ciò, Giovanni Paolo II, ricevendo in Vaticano nel gennaio 1981 Lech Walesa in veste di leader di Solidarnosc, lo esortò ad agire "con equilibrio" facendo prevalere "il bene comune".
Ora è vero che, per ragioni politiche e non certo militari, l’attività della Santa Sede e del Papa venivano seguite dal Cremlino e dai suoi servizi diplomatici con le diverse coperture. Ma un analogo interesse è stato da sempre manifestato pure da altre cancellerie di tutto il mondo per il ruolo internazionale della Santa Sede, soprattutto, sui temi della pace e della cooperazione mondiale contro ogni forma di riarmo, in particolare o addirittura stellare. Si è "cercato di far tacere una voce che, sola, si è alzata a proclamare, con un coraggio frutto d’amore, la verità, a predicare la carità e la giustizia, ad annunciare la pace", disse il Segretario di Stato, cardinale Agostino Casaroli, il 29 giugno 1981 parlando del Papa, ricoverato al Gemelli ma scampato all’attentato nella basilica di S. Pietro.
Altri, come Oral Celik, hanno ipotizzato che le "piste" dell’attentato andavano ricercate in quel coacervo di intrecci politico-finanziari attorno all’Ambrosiano di Calvi, alle sue consociate estere e allo IOR (la banca vaticana) diretta, allora, dal chiacchierato mons. Paul Marcinkus. Il Segretario di Stato, cardinale Casaroli, nell’informare il 26 novembre 1982 i cardinali di quello scandalo che si era abbattuto sulla Santa Sede, disse con un fine linguaggio diplomatico ma molto significativo in trasparenza: "Lo IOR è stato utilizzato per la realizzazione di un progetto occulto che, all’insaputa dell’Istituto stesso, collegava ad un unico fine operazioni che, se considerate singolarmente, avevano l’apparenza di essere regolari e normali". Quali furono i mandanti, i protagonisti di quel "progetto occulto"? Non c’è risposta. Si sa solo che, con esso, gli artefici hanno mirato a destabilizzare la situazione italiana coinvolgendo anche il Vaticano. Prima di quel 13 maggio 1981 c’era stato, nel marzo di quell’anno, lo scandalo della Loggia P2 dopo che la magistratura, indagando sul caso Sindona, arrivò a Licio Gelli. Il governo Forlani era stato costretto a dimettersi. Ed era esploso lo scandalo IOR tanto che l’allora ministro delle Finanze, Beniaminio Andreatta, si era recato in Vaticano per avvertire che l’affare scottava. Tuttavia, mons. Marcinkus sottoscrisse il 1 settembre 1981 le lettere di patronage a Calvi, a cui subito dopo voltò le spalle mesi dopo. Calvi fu, poi, ritrovato impiccato sotto il ponte dei "frati grigi" a Londra e il resto è più o meno noto. Ma nulla si sa dei mandanti e dei protagonisti di quei traffici e delle implicazioni del "progetto occulto".
Lo scandalo IOR fu poi chiuso da Casaroli, in un’unica soluzione, con le banche estere e con l’allontanamento di Marcincus.dallo IOR sottoposto alla direzione di sperimentati banchieri ed al controllo di una commissione di cardinali. Quel 13 maggio, festa della madonna di Fatima, è stato trasformato in un "messaggio di fede" dal Papa, il quale si è convinto che il proiettile della pistola di Alì Agca non fu mortale perché il percorso, deviato dalla Madonna, non colpì i punti vitali del suo corpo. Perciò, nel giugno del 2000 si recò a Fatima per rendere omaggio alla madonna nella cui corona è stato fatto incastonare il proiettile. Così, il terzo segreto di Fatima si è, finalmente, chiuso perché si è chiarito, sul piano dell’interpretazione del messaggio, che il vescovo "vestito di bianco" poi "insanguinato" si identifica con Papa Wojtyla ed i pastorelli che ebbero la "visione" sono stati beatificati. Ma, al di là della "visione privata" dei pastorelli che rafforza la religiosità popolare, rimane aperto l’interrogativo: chi armò la mano di Alì Agca. Questi, dopo tante bugie, ha dichiarato due giorni fa: "Racconterò tutto solo quando sarò libero". Bisognava, forse, subordinare, come aveva suggerito Giulio Andreotti, la concessione della "grazia" solo dopo aver detto "tutta verità". Invece, il mistero continua come quello della ragazza Emanuela Orlandi, che sparisce il 22 giugno del 9183, che il padre ex funzionario del Vaticano aspetta da venti anni accusando per il rapimento i "servizi segreti italiani" e che Celik continua a ripetere che "è viva".
LA FORTUNA DI CHIAMARSI VARENNE
di Miti Vigliero
Poco tempo fa vi fu una buona notizia; secondo un sondaggio Internet compiuto attraverso le varie anagrafi nazionali, all’Italia venne annunciato che i genitori battezzavano di nuovo i figli con i classici nomi italiani. Ritornavano in auge, insomma, le Marie, i Giuseppe, i Luca e le Giulie a scapito dei tanti Jessica o Denis fino ad ora imperversanti. La notizia del bambino chiamato dal padre amante dei cavalli Varenne (in fondo Ribot sarebbe stato peggio...). Non vedo perché scandalizzarsi. Anche senza l’equitazione di mezzo, di nomi bizzarri e pure lievemente inconsulti ce ne sono sempre stati e sempre ce ne saranno. Continua, ad esempio, l’usanza di affibbiare al pargolo i nomi dei nonni; ma forse a causa delle famiglie moderne allargate, per non fare torti a nessuno dei tre nonni, ci ritroviamo oggi con un Gianantonandrea a Sassari e una Rinapianna a Roma: oppure i genitori ne scelgono uno del tutto diverso, ma sempre sobrio e soprattutto non “esotico”. Però basta sfogliare degli elenchi telefonici di qualunque città per rendersi conto che i nomi dei nostri concittadini sono in generale ancora un po’ particolari…Secoli fa la gente chiamava i figli come diavolo le pareva; ciò spiega la presenza nella nostra letteratura di nomi romantici come Cazzutoro; ma col Concilio di Trento (1545-1563) la Chiesa mise dei vincoli, stabilendo per legge che ai neonati dovessero essere dati esclusivamente nomi di Santi, personaggi dell’Antico Testamento o comunque ispirati alla religione cristiana; da qui i vari Natalina, Pasquale, Salvatore, Assunta, Quaresimina, Rosario o Resurrezione. Ma dal 700 in poi, mossi da smanie rivoluzionarie, molti genitori si ribellarono alla legge clericale raggiungendo spesso nella scelta dei nomi livelli di lieve follia, soprattutto in Emilia Romagna, terra anarco-socialista per eccellenza; sino al 1950 era facile trovare pargoli col ciuccio che si chiamavano Ribello, Ateo, Collettivo, Comunarda e Molotov. Un operaio di Rimini, a cui il padre aveva imposto il nome Sciopero, forse per vendetta volle continuare la tradizione sui suoi 3 figli chiamandoli Scintilla, Ordigno, Avanti ed Emilia Libera fu il nome di una brigatista della prima ora. I genitori clericali rispondevano a queste provocazioni battezzando la prole Santafede, Confessione, Chierieleison, Litania, Dedeo, Diesire (dies irae), Pronobi (ora pro nobis) e Purif, mite casalinga di Massalombarda che deve il nome a una ricorrenza segnata su tutti i calendari: “Purif.(purificazione) di Maria Vergine”. Fabio Castellano, raffinato esperto in analisi del costume e della società, così commenta: “Nei nomi c’è la storia di un popolo con le tracce delle sue idee, credenze, opinioni, desideri, paure, valori. Non a caso negli anni i nomi politici come Benito o Michail Aleksandrovic (Bakunin), quelli della grande musica come Aida o Adelchi e quelli storici come Paride o Achille, sono stati sostituiti dai Geiar, i Maicol (sic), le Naomi o Deborah-con-l’h; questi sono d’altra parte i valori della moderna civiltà occidentale. Dopo i valori valutari, ovvio”. Infatti nomi di battesimo sono lo specchio della società e della cultura del periodo in cui uno nasce: quelli che si chiamano Rachele o Adolfo non potranno mai nascondere la loro età, così come i vari Palmiro/a, Lenin o Nikita. Anche la moglie di Cuccia fu vittima dell’amore politico del padre che la nomò Idea Socialista; poi lui, durante il fascismo, cambiò opinione: ma a lei il nome rimase, anche se mitigato in par condicio dal cognome: Beneduce. In compenso ora, se nessuno si sogna di chiamare una figlia Casalibèrta o Diessina, tra i musulmani residenti in Italia nascono parecchi Osama. La passione per la letteratura ha ispirato molti genitori nel modenese facendoli chiamare i bimbi Athos, Portos, Aramis; e sempre in zona la S finale ha preso la mano una trentina d’anni fa creando Amos, Neris, Nolis e Meris. A Bo c’è il signor Foscolo Maria mentre a Ferrara vi sono due fratelli fabbricati da scatenati fans di Sir Conan Doyle, che si nomano rispettivamente Holms e Uotzon (ri-sic). Sempre in Emilia la passione per l’opera lirica ha prodotto moltissimi Gioconda, Azucena, Violetta, Falstaff, Otello, Radames, mentre in casa di Giovannino Guareschi lavorava una colf che si chiamava Luisamiller. Se non sono storia e arte a suggerire nomi per bambini, ci pensano sport, cinema e tv. Nel giugno 1984 a Napoli, quando era ancora incerto l’ingaggio di Maradona, furono ben 118 i neonati che vennero chiamati Diego o Diego Armando, così come molti furono i bimbi battezzati nell’estate ’82 Pablo o Pablito, in omaggio a Paolo Rossi: in compenso a Genova c’è una ragazzina 15 enne che si chiama Doriana , che potrebbe essere nome normale se gli amici di famiglia non sapessero che si tratta del diminutivo di Sampdoriana... Indubbiamente nate intorno agli anni ’70 tutte le Sabina (in omaggio alla Ciuffini del Rischiatutto), così come Lara furoreggiò dal 1966 alla fine degli anni 70 a causa della celebre colonna sonora del Dottor Zivago, mentre la maggioranza delle Sabrine è annata 1954, grazie all’omonimo film con Audrey Hepburn: in compenso, per la sindrome da rotocalco, nel cosentino oggi c’è una infelice bimba che si chiama Ledidiana (sic). Le telenovele nell’ultimo ventennio hanno rimpinzato i nostri asili di Dilan , Gessica , Geiar (sic, sic e sic), Suellen (tùrna sic, spesso italianizzato in Suella) e Samantha. Talvolta, al ridicolo, si aggiungeva l’accento regionale di chi andava a registrare in neonato in municipio. Ciò spiega ad esempio perché nelle Marche, dove la pronuncia è un po’dura (Lugìa, gampagna ecc) vi siano ragazze nomate Samanda, o che a Monterotondo (Rm) una leggiadra Ortensia sia diventata Ortenza . E se la smania dell’esotico ha recentemente creato mostri quali Jacaranda, Bramina, Volmer, Siron, Aliosha e Cocis, in Sardegna pochi anni fa, causa la caratteristica di alcuni cognomi tipici del loco, si diffuse la moda di creare nomi hollywoodiani; e così, come in una barzelletta, oggi possiamo trovare Sofia Loriga, Alain Delogu, Bruce Ligas e Demi Murgia. Lo storiografo Thomas Carlyle diceva “dare il nome a qualcuno è in realtà un’arte”; certo occorre molta ispirazione per chiamare un indifeso neonato Canzianilla , Amelberga, Osmundo, Volusiana, Eroteide, Godeardo, Eliconide, Valdetrude, Olibrio, Filigonio (tutti nel bolognese) o Ademara, Serrana, Ardelio, Foresto, Argene, Dardaco e Drusiana (Toscana). Gli industriali Migliorati (bambole) e Borletti (punti perfetti) si chiamavano rispettivamente Sostene e Senatore. A Biella c’è un signor Edile; a Bo Manilio, Manlisco, Divo; a Reggio Emilia Arto (papà ortopedico?); a Forlì Decio, Norcio, Edel e, giuro, i fratelli Salito e Disceso. A Ferrara Araldo e Anronio; a Recanati Euticchio, e Marchiano (gravidanza indesiderata?). A Roma ho trovato un Esubero (figlio probabilmente di un’esasperata pluripara) e una Eclide; a Barletta Sterpeta e a Padova la signora Ema, sperando non sia un diminutivo, strumento utilissimo ad esempio alla giornalista Gruber per celare sotto il vezzoso Lilly un teutonicissimo Dietlinde; all’ex signorina buonasera Aba Cercato un coloniale Addis Abeba e infine a Nilla Pizzi un terrificante Adionilla. Libero
NONNI DA ADOTTARE
Luigi ha 81 anni, abita in una casa di ringhiera al terzo piano, ovviamente senz’ascensore, in una via semiperiferica di Milano. Racconta che aveva problemi di vista fin da quando era bambino, che lo scorso anno è stato operato alla cataratta e il medico gli ha detto che gli servivano gli occhiali. Costavano 480 mila lire. Forse, non sono tanti soldi, ma per chi non li ha costituiscono una cifra impressionante. Allora, la sua pensione d’invalidità era di 750 mila lire al mese: 300 mila lire per l’affitto, qualcosa per mangiare e molti soldi per le medicine. Come tanti anziani bisognosi, Luigi, si deve rassegnare:“Non faccio la fame e non mi lamento. Però gli occhiali, è evidente, non li posso comprare: costano troppo”. Vive solo, senza figli e senza parenti che lo possano aiutare, in due locali dove l’intonaco è tutto scrostato. Ha l’artrosi deformante e una pensione d’invalidità, perché ha lavorato tutta la vita in una sartoria disegnando modelli di carta , ma senza contributi. Sopravvive con grande dignità e gli pesa molto la solitudine che nelle grandi città è compagna fedele degli anziani “Ognuno nel suo guscio. Tutti nascosti e chiusi a chiave come se fuori ci fosse la guerra atomica. Non vengono a bussare neppure per gli auguri di Natale”. Roma, Milano, Torino o Napoli, la situazione non cambia: tanti anziani soli che vivono una situazione di disagio non riuscendo a coprire tutte le spese con la loro pensione. Nella sola Milano si calcola che più di 20.000 anziani vivano in grave stato di bisogno. Ed è proprio a Milano che, da qualche anno, l’Associazione Emergenza Anziani ha avviato il progetto “Adotta un nonno”. L’obiettivo del progetto è semplice: aiutare gli anziani ad avere una vita migliore, permettendo loro di comperare i medicinali di cui hanno bisogno, di migliorare le loro abitazioni spesso fatiscenti, di pagare le bollette e l’affitto. Per chi decide di adottare un anziano, anzi un nonno, il piccolo contributo mensile si trasformerà nella soddisfazione di aver fatto qualcosa, molto più importante di quanto non si possa immaginare, per un’altra persona, aiutandola a migliorare le proprie condizioni di vita ed a riconquistare una gioia spesso perduta. Il progetto non si ferma qui. Oltre all’indigenza bisogna sconfiggere anche la solitudine e l’emarginazione che spesso accompagnano la vecchiaia, fino a portare a grandi forme depressive. Tanti anziani, infatti, chiedono soprattutto che qualcuno s’interessi a loro e si ricordi che ci sono. L’iniziativa “Adotta un nonno” propone di creare un rapporto diretto con l’anziano. Bastano poche ore settimanali e piccoli gesti per dare speranza ed entusiasmo a chi si sta lasciando andare. Una visita, una telefonata, un segno d’affetto possono essere importantissimi, come sostiene il testimonial d’eccezione di “Adotta un nonno”, Renato Pozzetto, che dopo averne adottato uno ha scritto:”mia figlia in agosto mi renderà nonno. Sono Felice, ma in questi giorni sono diventato nipote: ho adottato un nonno. Non avevo mai avuto dubbi, ma ora sono certo di avere fatto la cosa giusta. Mio nonno è bello come tutti i nonni, ed io sono un po’ più buono e giovane come tutti i nipoti. Non è difficile da spiegare, ma preferisco che te lo immagini. Questa storia di nonni e nipoti che s’incontrano è unica e funziona. Ormai siamo in tanti, ogni giorno di più. Tutti uguali ma speciali. Provaci anche tu, ci vuole un poco di tempo e pochissimi soldi. Così pochi che se te lo dico ti metti a ridere. Ridiamo insieme”. Perché allora non diventare nipoti? Chi volesse adottare un nonno può contattare (gli uffici sono chiusi ad agosto, ma il progetto va avanti) l’Associazione Emergenza Anziani ai seguenti numeri tel.026554355 fax.026551488
Andrea Mascaretti Il Nuovo
USTICA / UN'IPOTESI INQUIETANTE
di Umberto Telarico
collaborazione di Walter Radica e Giulia Ciappa
ANALISI TECNICA SULL’INQUIETANTE IPOTESI DI UNA
COMPONENTE UFOLOGICA NELLA STRAGE DEL DC-9 ITAVIA,
VERIFICATASI NEL CIELO DI USTICA LA SERA DEL 27 GIUGNO 1980
In base a quanto emerso dal nostro studio principale sul disastro aereo in oggetto, i punti salienti dell’intera questione possono essere così riassunti:
A) PREMESSE GENERALI
1) Un’alta percentuale di fenomeni UFOs si registra nelle aree del pianeta sedi di installazioni di interesse strategico-militare e/o sedi, al momento di tali apparizioni di “oggetti volanti non identificati”, di esercitazioni militari
2) A volte, nelle aree geografiche dove il fenomeno UFO è in genere particolarmente intenso, oppure è in atto un’ondata (flap) di manifestazioni UFOs, si registrano degli incidenti aerei dalle caratteristiche di difficile collocazione, in uno schema convenzionale
3) Sono stati registrati numerosi casi di intercettazione e conseguente tentativo di abbattimento di UFOs da parte di forze militari terrestri, appartenenti a varie nazioni; questo anche nell’ambito di esercitazioni militari, alcune delle quali volte a “coprire” vere e proprie azioni di guerra contro tali aeromobili e/o oggetti sottomarini sconosciuti
4) A livello dei vertici governativi ed istituzionali mondiali, il fenomeno ufologico – diversamente da quello che viene fatto credere all’opinione pubblica internazionale, essendo ritenuto un fenomeno “potenzialmente ostile” e, pertanto, legato alla “sicurezza nazionale” - è oggetto di ricerche coperte dal massimo livello di segretezza
5) Sullo scacchiere internazionale, la linea politica governativa, relativa alla questione degli UFOs e fenomeni connessi (intesi come la manifestazione hard della presenza ed interferenza, nel nostro ambito planetario, di intelligenze aliene), è decisa dalle maggiori potenze nucleari quali USA, Russia, Inghilterra e Francia. Anche la Cina, quale potenza nucleare, nonostante si consideri in “contrapposizione ideologica” con le sopra citate nazioni leader occidentali, riguardo la problematica degli UFOs e relativa “interferenza aliena”, porta avanti una politica improntata sul cover-up del tutto simile a quella delle altre potenze. Una tale linea politica comune (caso – questo - davvero raro fra le nazioni della Terra), dovrebbe farci comprendere come, nel caso del fenomeno degli UFOs, sia perseguita a livello internazionale una politica di “mutua assistenza” e “collaborazione” - ovviamente, anche sul piano militare - per la difesa ad oltranza (ossia con ogni mezzo e senza alcuna remora), di comuni quanto fondamentali interessi legati alla sicurezza nazionale e, nel caso specifico, alla sopravvivenza stessa del sistema di potere politico, economico e religioso
B) CONSTATAZIONI SPECIFICHE
1) Nell’area geografica comprendente la Sicilia, la Sardegna e parte della Campania si trovano numerose installazioni d’interesse strategico-militare come, ad esempio, la base aerea di Sigonella, l’aeroporto militare di Elmas, il poligono missilistico di Perdasdefegu (Quirra), la base navale della Maddalena, la base aerea di Decimomannu, la regione del Sulcis, il centro radar di Licola, la base NATO di Bagnoli, ecc. Inoltre, detta aerea del mar Tirreno è stata ed è spesso teatro di manovre militari NATO
2) Il basso Tirreno, al pari di altre aree marine tristemente note come il Triangolo delle Bermuda (nell’Oceano Atlantico occidentale), il Triangolo del Drago dell’Oceano Pacifico (in Giappone), il Triangolo dei Grandi Laghi (tra il Canada e gli Stati Uniti) ecc., è sempre stata un’area contraddistinta da un’intensa attività di tipo ufologico e “misterioso”, caratterizzata dai seguenti fenomeni
a)Alto numero di avvistamenti UFO;
b) Immersione e/o emersione di UFOs;
c) Presenza di Oggetti Sommersi Non Identificati o U.S.O.;
d) Naufragi di natanti attribuiti alla collisione con U.S.O.;
e) Scomparsa di aerei e natanti;
f) Ritrovamento di natanti privi di equipaggio a bordo;
g) Incidenti aerei anomali;
h) Black-out radio;
i) Boati “fantasma”;
3) Il giorno della tragedia di Ustica erano in corso delle esercitazioni militari aero-navali nel medio e basso mar Tirreno, esattamente in uno specchio di mare a sud-est della Sardegna, nel tratto compreso tra i comuni di Villaputzu e Siniscola. La zona interessata da tali manovre era indicata con la lettera B nella cartina allegata ad un’ordinanza di sgombero, la numero 79, emessa dal Comando in capo del Dipartimento Militare Marittimo del basso Tirreno, con sede a Napoli. Secondo tale documento, inviato alla stampa nel novembre del 1988 dall’allora vicesegretario nazionale del Partito Sardo d’Azione Mario Carbone, le esercitazioni a fuoco erano programmate dal 16 al 30 giugno compreso, e si sarebbero svolte ogni giorno dalle ore 08:00 alle ore 19:00. L’allora ministro Zanone ha sempre sostenuto che ogni tipo di manovra era conclusa alle ore 09:00 di mattina del 27 giugno 1980. Ma in tale comunicato ufficiale non si fa alcun cenno ad un’ulteriore esercitazione programmata in quei giorni, preannunciata dall’ordinanza di sgombero disposta dal Comandante in capo del Dipartimento Militare Marittimo del basso Tirreno, l’ammiraglio di squadra Angelo Monassi (vedi “la Repubblica” del 17 novembre 1988, pag. 23) . Altra conferma del fatto che, al momento della sciagura del DC-9 Itavia, erano effettivamente in corso delle manovre militari, viene dalla “Rivista marittima”, organo ufficiale della Marina Militare Italiana. A pagina 119 del numero di agosto 1980, difatti, è riportato testualmente:
“Nei giorni 26 e 27 giugno si è svolta nelle acque del poligono di Teulada (sulla costa orientale della Sardegna) un’esercitazione di tiri (di artiglieria navale) contro costa diurni e notturni con la partecipazione delle seguenti unità: caccia lanciamissili Ardito, Audace, Impavido; caccia Impetuoso e Indomito; caccia Guèpratie e corvetta Drogou della marina francese. Hanno concorso all’esercitazione, come unità per lo sgombero del poligono di tiro, le fregate Bergamini e Centauro” (vedi “Europeo” n° 33 del 18 agosto 1990, pag. 30);
4) Il disastro del DC-9 dell’Itavia presenta, ancora oggi, aspetti oscuri ed anomali. Tale tragico evento si colloca incontestabilmente in uno scenario in cui sono presenti sia forze militari aero-navali di varie nazioni, che “aeromobili non identificati” o UFOs.
5) Diversamente da quello che si è verificato in altri casi analoghi, ossia in occasione di tragici eventi in cui i Governi dei paesi autori di tali stragi hanno ammesso pubblicamente le loro responsabilità nel giro di 48 ore dal fatto, per il caso del DC-9 Itavia abbattuto nel cielo di Ustica, invece, si è registrata una congestionata azione di cover-up e depistaggio, nonché un omertoso quanto complice silenzio a livello istituzionale internazionale, tuttora in atto. Tutto ciò non trova una logica spiegazione se non tenendo conto del fatto che un tale esteso quanto omogeneo “fronte di omertà internazionale” presuppone la difesa di comuni quanto vitali interessi strategici di gran lunga superiori a quelli nazionali. Ebbene, come è dimostrato da diverse migliaia di pagine di documenti ufficiali governativi, provenienti da svariate nazioni, l’unica cosa che risponde ad un tale requisito (vedi il punto 5 della Premessa) è il fenomeno ufologico, inteso come la manifestazione hard della presenza ed interferenza di intelligenze aliene nel nostro ambito planetario.
------------ Seconda Parte ------------
SVILUPPO CRONOLOGICO E CRITICO DEGLI EVENTI LEGATI ALLA STRAGE DI USTICA
In base a tali e tanti fatti, dati e circostanze, dettagliatamente illustrati e documentati nel contesto del nostro studio dal titolo “La sciagura aerea del DC-9 Itavia nel cielo di Ustica: un ennesimo incidente anomalo avvenuto nel triangolo maledetto del mar Tirreno”, si formula la seguente ipotesi di ricostruzione dello scenario determinatosi nell’area di Ustica il 27 giugno 1980.
È da sottolineare che la ricostruzione viene effettuata solo ed esclusivamente in base alle premesse di carattere generale relative alla situazione nazionale e internazionale preesistente il tragico incidente e in base alle constatazioni di carattere più specifico relative allo stato della particolare zona dove si sono svolti gli eventi.
1) UFOs VENGONO SEGNALATI NELLA STESSA AREA (che poi sarà teatro dell'abbattimento del DC-9 Itavia) DUE GIORNI PRIMA CHE SI VERIFICHI IL TRAGICO EVENTO IN QUESTIONE.
Già il 25 giugno 1980 gli operatori radar avevano segnalato la presenza nella zona del basso mar Tirreno di velivoli non identificati, in gergo "zombi" o UFOs che dir si voglia (vedi "Roma" del 7 luglio 1980, pag. 12). Ora, per quanto riguarda gli OVNI segnalati il 25 giugno, se fosse vera l'ipotesi secondo cui il jet dell'Itavia sarebbe stato coinvolto in un'azione di guerra internazionale - non dichiarata - nei confronti del leader libico Gheddafi, è ovvio che, essendo questa un'azione improntata alla sorpresa, non poteva trattarsi assolutamente di "prove di scena" dell'attacco che poi sarebbe stato sferrato 48 ore dopo.
2) DOPO IL DECOLLO DA BOLOGNA, DUE OVNI SI ACCOSTANO E INIZIANO A SEGUIRE, MOLTO DA VICINO, IL DC-9 ITAVIA.
Il volo IH-870 della società ITAVIA parte da Bologna alle ore 20:08, con due ore di ritardo sull'orario previsto. Una volta salito in quota ed al di sopra della Toscana, secondo la ricostruzione fatta dai periti in base ai tracciati radar di Roma Ciampino, la traccia radar del DC-9 appare spuria, ossia sovrapposta a quella di un altro aeromobile (o forse due, vedi "la Stampa" del 19 giugno 1997, pag. 5) viaggiante nelle immediate vicinanze del jet civile; in altre parole, come se qualcosa (che noi riteniamo essere uno o due UFOs a tutti gli effetti) volasse di conserva - ossia si fosse disposto poco sopra, sotto o in coda - con detto cargo allo scopo (almeno secondo la versione ufficiale) di occultare la propria presenza confondendosi nel cono d'ombra radar del DC-9. Intanto, quest'ultimo procede lungo l'aerovia civile denominata Upper Ambra 13 alfa, senza potersi rendere conto di una tale presenza "estranea".
2/a) LE CONDIZIONI METEREOLOGICHE DELLE VARIE ZONE SITUATE SULLA ROTTA DEL DC-9 ITAVIA.Le condizioni meteorologiche lungo la rotta seguita dall'aereo erano sostanzialmente buone, con una visibilità di oltre 10 km. Il mare, però, a causa di un vento teso, era mosso, localmente agitato con un moto ondoso di forza 4-5. A Ponza, il cielo era sereno o poco nuvoloso, con un vento da nord-ovest che spirava a 25 nodi. Condizioni meteo simili a quelle presenti ad Ustica. A Palermo Punta Raisi c'era cielo quasi sereno e vento debole. Sulla costa campano-calabra il cielo era nuvoloso ma senza pioggia. A Capo Palinuro c'era cielo nuvoloso con vento di 20 - 25 nodi (vedi "il Tempo" del 28 giugno 1980, pag. 1, cronista G. D'Av.).
3) LA PRESENZA, A DISTANZA OPERATIVA UTILE DAL TEATRO DEGLI EVENTI, DI UN AEREO RADAR TIPO AWACS.
Nel frattempo, un aereo Awacs (un velivolo USA dotato di un sofisticato e potente radar sul dorso in grado di guidare altri aerei militari), ha sotto controllo una missione i cui scopi sono tutt'oggi rimasti top-secret e, a questo scopo, sorvola in circolo l'Appennino Tosco-Emiliano (vedi "Corriere della Sera" del 1° settembre 1999, pag. 9).
4) UN PRIMO AEREO MILITARE (FORSE UN CACCIA) SI AVVICINA E SEGUE IL JET DELL'ITAVIA.
Nel breve tratto tra Bologna e Siena il traffico aereo intorno al DC-9 diviene intenso. Una volta sulla Toscana, il DC-9 viene affiancato da un aereo con sigla militare LG-461 proveniente dalla Liguria. Tale "manovra d'inserimento" avviene praticamente davanti al muso di due della squadra composta da tre F-104 italiani decollati dalla base aerea di Grosseto intorno alle ore 20:00 del 27 giugno 1980 (vedi "la Stampa" del 19 giugno 1997, pag. 5).
5) IL "RUOLO TATTICO" DEI CACCIA ITALIANI DECOLLATI DALLA BASE DI GROSSETO.
Tali due caccia F-104 sono pilotati da Mario Naldini e Ivo Nutarelli i quali, quando incrociano il DC-9 ed il suo "accompagnatore fantasma", per ben tre volte lanciano il codice di allarme ai radar di terra, per poi far rientro alla loro base. Inoltre, viene da chiedersi se, mentre erano in volo, i piloti in questione abbiano ascoltato eventuali messaggi radio provenienti dal DC-9, dagli altri velivoli militari presenti in zona o dai comandi di terra, e quale possa essere stato il contenuto di tali eventuali comunicazioni radio.
In effetti, la presenza sulla scena dei due o tre caccia italiani potrebbe essere stata del tutto casuale; non si spiega altrimenti, difatti, il ruolo pratico di questi ultimi nell'ambito del presunto "complotto internazionale", del tutto vago ed inconsistente dal punto di vista tattico data la presenza, nell'area, di un velivolo Awacs e del velivolo militare proveniente dalla Liguria. Inoltre, se la loro azione fosse stata effettivamente pianificata in precedenza - secondo la tesi "dell'agguato premeditato" - perché lanciare, per ben tre volte, l'allarme ai radar di terra?
Resta il fatto che, alcuni anni dopo, nel 1988, i due piloti in questione vennero uccisi - simulando un incidente - durante la manifestazione aerea di Remstein, in Germania (in cui, peraltro, perirono numerosi innocenti spettatori), appena qualche giorno prima, guarda caso, della data in cui gli stessi avrebbero dovuto essere ascoltati quali testi in causa dal giudice Rosario Priore (vedi "il Mattino" del 24 dicembre 1993, pag. 5).
6) ALTRI CACCIA MILITARI SI ACCOSTANO E SEGUONO IL DC-9 ITAVIA.
Ritornando a descrivere il nostro scenario tra Roma Ciampino e Ponza, quattro velivoli (probabilmente caccia USA) volano parallelamente - poco arretrati e disposti due a destra e due a sinistra del DC-9 Itavia, quasi lo "scortassero", forse con lo scopo di sorvegliare il suo "compagno fantasma" (si è poi stabilito che i "compagni fantasma" fossero due, secondo noi due UFOs a tutti gli effetti), per cui i quattro velivoli avrebbero potuto volare in quel modo per scortare e/o costringere questi "accompagnatori" ad abbandonare la loro posizione (vedi "la Stampa" del 19 giugno 1997, pag. 5).
7) RAPPORTO SULL'AVVISTAMENTO DI UN VELIVOLO SCONOSCIUTO AL LARGO DELL'ISOLA DI PONZA ALLE ORE 20:37; VENTUNO MINUTI PRIMA, CIOÈ, CHE IL DC-9 ITAVIA SCOMPARISSE DALLO SCHERMO RADAR DI ROMA CIAMPINO.
Il seguente stralcio della conversazione telefonica tra il centro radar di Martina Franca e quello di Licola, fa parte dei nastri registrati, acquisiti e messi agli atti del procedimento sulla strage di Ustica dal giudice Rosario Priore (vedi "Corriere della Sera" del 7 ottobre 1991, pag. 13).
Ore 23:46 del 27 giugno 1980:
"Eh, sono il maresciallo Di Mico (dalla stazione di Licola, n.d.A.)".
"Capitano Patroni Griffi, mi dica".
"Senta, le dico una notizia così".
"Sì".
"Che penso non abbia nessun valore, i carabinieri di Pozzuoli…".
"Sì".
"Hanno visto… hanno avuto notizia che un velivolo a largo di Ponza veniva verso di noi (ossia verso Licola, n.d.A.), poi non l'hanno visto più, le ripeto la notizia nuda e cruda così come me l'hanno dato i nostri carabinieri".
"E a che ora questo?"
"Questo sarebbe successo alle ore otto e trentasette alfa (ossia le ore 20:37, n.d.A.), ma non ci dovremmo trovare".
Ora, che tipo di velivolo noto, sia esso militare o meno, è in grado di "scomparire" in modo tanto repentino? Che a noi risulti, nessuno… a meno che, ovviamente, non si pensi ad un UFO di origine allogena.
8) LE DIFFICOLTÀ DELLE COMUNICAZIONI RADIO TRA IL DC-9 ED IL CENTRO D'ASCOLTO DI ROMA CIAMPINO.
Ore 20:46:00
Il volo IH-870 dell'Itavia è sulla A/BEAM, cioè sulla verticale del radiofaro di Ponza. Il comandante Domenico Gatti tenta ripetutamente, ma invano, di comunicare via radio sulla normale frequenza di 133,25 mega cicli con il Centro Regionale d'Ascolto di Roma Ciampino. Finalmente, usando una frequenza radio diversa, riesce a mettersi in contatto. Quindi dice testualmente: "Qui è un cimitero. Non si riesce a comunicare né a sentire niente" (vedi "l'Occhio" del 29 giugno 1980, pag. 3 e del 3 luglio 1980, pag. 6).
9) ALTRI CONTATTI RADIO TRA IL JET CIVILE ED IL CENTRO CONTROLLO DI ROMA.
Ore 20:50:00
Il DC-9 Itavia giunge sul punto A13A dell'aerovia civile AMBRA 13 BRAVO, il penultimo punto di riporto (ossia controllo radio) prima che l'aereo entri nell'area servita dal Centro d'Ascolto di Punta Raisi. A causa della forte turbolenza in quota prodotta dal vento, il comandante Gatti richiama il centro di Roma Ciampino. Il controllore, pertanto, autorizza il cargo civile a scendere a quota 250 - ossia 25.000 piedi (pari a 8000 Mt.). Il comandante Gatti risponde "Ok" (vedi "l'Occhio" del 29 giugno 1980, pag. 3).
10) NUOVA INTERRUZIONE DEL CONTATTO RADIO TRA IL DC-9 ED IL CENTRO D'ASCOLTO DI ROMA CIAMPINO.
Ore 20:54:00
Il DC-9 sorvola il successivo punto di riporto denominato Condor. Il pilota del cargo civile tenta di comunicare con il Centro d'Ascolto di Roma Ciampino, ma ogni suo tentativo è vano. A sua volta, anche il controllore richiama il volo IH-870 dell'Itavia, senza alcun risultato (vedi "l'Occhio" del 29 giugno 1980, pag. 3). L'aereo civile in questione proseguirà regolarmente il suo volo ancora per circa 6 minuti, prima che un evento esterno lo faccia precipitare e scomparire dallo schermo del radar Marconi di Roma.
Qual è la causa che rende difficili tutti i contatti radio, fino a produrre il totale black-out degli stessi? Una "contromisura elettronica" messa in atto per coprire "un'operazione di guerra"? "Distorsioni del campo" prodotte di frequente dall'intenso campo elettromagnetico (legato al sistema propulsivo) di uno o più UFOs presenti in quell'area?
Allo stato attuale delle cose, dal nostro punto di vista, non essendoci una risposta certa ed inequivocabile, un'ipotesi vale l'altra.
(continua)
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