Tuesday, June 24, 2003

IL GRANDE ORECCHIO
Da “Tv7” di qualche anno fa.
Lo chiamano il "Grande Orecchio". E' l'entita' sempre piu' incombente che ascolta tutto di tutti. Quasi un incubo. Con molte difficolta', siamo riusciti a penetrare all'interno di questo Grande Orecchio. E' nascosto in un enorme palazzo di vetro alla periferia di Roma. Corridoi asettici, deserti. Una stanza scarna, senza identita' ne' indirizzo, gente fantasma che non vuol farsi riconoscere, nervosa. Un luogo proibito: la sala-ascolto dell'"ufficio I", la sezione piu' riservata della Guardia di Finanza. Qui si intercettano telefonate di chiunque a chiunque. Ad un'unica condizione: che l'ordine arrivi da un magistrato. Questo e' dunque il Grande Orecchio legale. Sale ascolto simili le hanno tutte le forze dell'ordine. Non solo. Secondo i dati del Ministero di Grazia e Giustizia sale ascolto, a disposizione dei giudici, sono installate anche presso 164 Procure per un totale di 5.138 apparecchiature. Impossibile entrare, specialmente adesso che il settore delle intercettazioni e' diventato un campo minato. Ma in questo viaggio dentro il Grande Orecchio cercheremo di dimostrarvi che legalmente o illegalmente, per affari o per gioco, siamo tutti un po' spiati. Nessuna paura. Abbiamo forse scoperto anche il modo di difenderci.
La storia per cosi' dire ufficiale delle intercettazioni comincia in un palazzo americano nel '72. E' lo scandalo Watergate che travolge Nixon. Pensare che erano stati proprio gli americani a denunciare il vizio sovietico di spiare. Ma per la verita' il vizio e' notoriamente universale. In Francia sotto il peso delle intercettazioni cade Balladur. In Spagna denunciano che sotto controllo c'e' anche re Juan Carlos. Per non parlare delle sorti del trono britannico affidate agli scoop su Diana.
Da noi il primo a parlare a voce alta del Grande Orecchio fu Cossiga che temeva microspie anche al Quirinale. Certamente c'erano al Viminale, secondo la testimonianza clamorosa di un ex ministro dell'Interno. "Il primo giorno che arrivai nel mio ufficio - ci racconta Roberto Maroni -, l'allora capo della polizia Parisi mi consiglio' di far bonificare la stanza. Lui faceva bonificare la sua due volte a settimana".
Alcuni scandali o presunti tali nel tempo sono venuti alla luce. Anzi, talmente numerosi e senza confini politici da spingere Andreotti a parlare argutamente di "centralinismo democratico", nel senso che non si e' salvato e non si salva nessuno. Dal giudice Carnevale al commercialista Mandalari, da Di Pietro a Craxi.
Le intercettazioni allo Stato costano. Si pensi che solo alla Procura di Torino hanno speso in un anno oltre due miliardi di lire. La mancanza di personale costringe ad affidarsi spesso a societa' esterne alla pubblica amministrazione. Una microspia telefonica costa 15 mila lire al giorno, 350 mila una microspia ambientale. Si passa a un milione per l'intercettazione di un cellulare e a un milione e ottocentomila per l'uso del sistema di individuazione GPS (Global Position System) messo a punto dalla Nasa.
Le intercettazioni sono servite, com'e' noto, nei grandi casi. Come il sequestro Moro. O la scomparsa di Emanuela Orlandi. O anche per la strage di Ustica. Ma servono quotidianamente anche per sconfiggere la criminalita'. Qui i carabinieri di Napoli grazie alle intercettazioni stroncano un traffico internazionale d'armi. E qui la polizia con lo stesso mezzo scopre che finti tecnici Sip interferivano nelle telefonate per vincere gare d'appalto pubbliche. Ma chi altri intercetta e per ordine di chi?
C'e' un settore che non riceve ordini. E', naturalmente, quello dei servizi segreti. I dossier che Sismi e Sisde conservano nei loro impenetrabili bunker sono ufficialmente 308 mila: lo ha stabilito il comitato per i servizi. Ma si calcola che ci siano almeno un milione di schedature illegali. Su tutto e su tutti. Schedature definite "galleggianti" e che quasi mai finiscono sul tavolo dei magistrati, secondo l'autore del cosidetto "rapporto Achille". "Ci sono dossier su tutti i protagonisti della vita pubblica italiana, ma proprio tutti. Una schedatura a 360 gradi", ci ha confermato Roberto Napoli, ex agente del Sisde.
La verita' e' che e' facile intercettare. Molto facile. L'intercettazione fissa e' addirittura elementare. Basta una microspia: costo totale un milione, compresa la radio ricevente. Ancora piu' semplice, pare, l'intercettazione mobile grazie all'apporto dato, nei casi legali, della Telecom. "E' un'operazione virtuale. Basta un software per mettere sotto controllo un cellulare, le sue chiamate finiscono direttamente alla centrale. Non e' vero oltretutto quello che si dice: e' intercettabile anche il GSM, l'ultima generazione dei telefonini, ci vuole solo piu' tempo", spiega il responsabile del servizio Attilio Achler.
L'intercettazione dal 1974 e' illegale, compresa quella dei servizi segreti. Un magistrato puo' mettere il telefono di un cittadino sotto controllo (dall'anno scorso anche di un parlamentare) solo quando sospetta di un reato grave, punito con una pena superiore ai cinque anni. La richiesta va convalidata dal gip. Il paradosso e' che invece e' consentito di fatto l'acquisto di apparecchiature: per acquistarle si dovrebbe presentare un'autorizzazione del Ministero delle Poste ma nessuno la chiede.
Molti italiani, non solo privati cittadini, vanno a Londra in un negozio di South Adley street che non si nasconde certo dietro una metafora. Entriamo dunque nello "spy shop", strada discreta, quartiere di lusso. Troviamo due funzionari dell'ambasciata russa, un paio di spagnoli proprietari di un casino, una ragazza forse tradita e anche un collega della Bbc in caccia di una candid-camera. Non li dovremmo ...vedere ma nel regno delle spie tutto e' consentito. L'idea e' stata di una distinta signora che ha intravisto l'affare. Giura che non si tratta di un ex spia. Nel negozio c'e' di tutto. Obiettivi di telecamere nascoste negli orologi, nei pacchetti di sigarette, in un walk-man, addirittura negli occhiali da sole. E altri aggeggi infernali. Per non parlare dei microfoni: facilissimo mimetizzarli. Ci dice David Ross, il direttore del negozio: "Anche un giudice italiano antimafia ci ha chiesto materiale. Effettivamente il mercato italiano e' fra i piu' redditizi. Vendiamo tutto a tutti senza troppe spiegazioni. Politici, poliziotti, industriali, mariti sospettosi, curiosi. Non ci sentiamo in colpa. Chi vende pistole non e' responsabile di tutti i reati che si fanno con quelle pistole"
Giochiamo. Con uno scanner, cioe' un analizzatore di frequenze, tarato intorno ai 900 megahertz, la frequenza appunto dei cellulari, captiamo tutte le telefonate della zona di Mayfair dove ci troviamo. Niente di clamoroso. Solo qualche appuntamento a cena. Ma con pochi soldi ormai ognuno di noi puo' sapere ormai tutto di tutti.
C'e' chi ne ha fatto, ad esempio, un gioco televisivo come Chiambretti che nella trasmissione "Il laureato" ha intercettato Ambra mentre ripeteva passo passo le parole di Boncompagni, come una replicante. C'e' anche chi di questo gioco del pettegolezzo, frutto della societa' incivile, di questo sport del buco della serratura, ne ha fatto un libro di successo (rompendo molte famiglie) come gli autori di "Italia ti ascolto". E chi si e' inventato una rubrica divertente e rigorosamente anonima, "Il terziario arretrato", come il settimanale "Cuore". "L'autore? Non lo conosco neppure io - confessa il direttore Claudio Sabelli Fioretti -, beh una cosa posso rivelarla. Interceptor in realta' e' doppio, nel senso che sono due persone. Ma diciamo il vizio non il peccatore. Sul giornale i nomi sono tutti cambiati. Anche se qualcuno si riconosce...".
Secondo un sondaggio quattro italiani su dieci hanno paura di essere intercettati quando parlano. E forse hanno ragione. Probabilmente siamo un popolo di spiati e dunque di spioni. Ma ci si puo' difendere? Nel settore delle investigazioni private chi si e' specializzato nel controspionaggio, cioe' nella difesa o come si usa dire in termine tecnico nella bonifica. E' l'agenzia Tom Ponzi, forse perche' il fondatore fu la prima vittima della legge contro l'intercettazione. "Lavoriamo soprattutto nel campo dello spionaggio industriale - spiega Miriam Ponzi -. Difendiamo i segreti delle aziende. C'e' troppa gente senza scrupoli. Ma proteggiamo chiunque voglia stare tranquillo".
Dunque, niente paura. Ci sono anche gli antispioni. Contro lo "scanner" esiste lo "scrambler". Il nemico del Grande Orecchio, una sorta di angelo del Villaggio Globale. Lo scrambler codifica il messaggio in partenza e lo rende cosi' intelleggibile da un altro apparecchio ricevente. Sta tutto in una valigetta. Ma contro le cimici ci sono anche apparecchi piu' piccoli, da tenere in borsetta. Un consiglio: con i primi risparmi acquistatene uno. E potrete parlare tranquilli. Forse.
Pino Scaccia

Tuesday, February 04, 2003

spazio
L'ULTIMA MAIL DALLO SPAZIO
Aveva viaggiato nel fondo degli oceani per anni, prima di entrare nella Nasa per intraprendere un altro viaggio, quello nello spazio, che sarebbe diventato il suo ultimo. Laurel Clark, il medico dei sottomarini diventato astronauta, era madre di un bambino di otto anni. Questa è l'e-mail che Laurel Clark spedì alla propria famiglia un giorno prima di morire nel tragico avvicinamento alla terra dello Shuttle Columbia.
Salve a tutti sul nostro magnifico pianeta Terra. La vista da qui è davvero maestosa. Una missione terribile e noi siamo molto impegnati a fare scienza fino all'ultimo momento. Anche il momento preso per scrivere un'e-mail è tempo prezioso, e io sarò breve, e distribuito a coloro che conosco e amo.
Ho visto alcune cose incredibili: la luce che si diffonde sul Pacifico, l'aurora australe che illumina l'intero orizzonte visibile sui bagliori cittadini dell'Australia sotto, la luna crescente che si pone su un lembo della Terra, le vaste pianure dell'Africa e le dune di Capo Horn, i fiumi che irrompono nei passi di alte montagne, le ferite dell'umanità, la continua linea di vita che si estende dal Nord America, attraverso l'America centrale e nel Sudamerica, una luna crescente che di mette su un lembo del pianeta blu. Il monte Fuji appare come una piccola gobba da quassù, ma si distingue come un punto di riferimento.
Magicamente, il primissimo giorno noi siamo scivolati sul lago Michigan e ho visto Wind Point (il Wisconsin) chiaramente. Non sono mai stata così felice finora. A ogni orbita andiamo su una parte leggermente differente della Terra. Naturalmente, per la gran parte del tempo lavoro nello Spacelab e non vedo nulla di tutto questo. Ma ogni volta che guardo fuori, è stupendo. Anche le stelle hanno una speciale brillantezza".
"Ho visto il mio 'amico' Orione molte volte. Prendere foto della Terra è davvero un'impresa, una scoscesa curva d'apprendimento. Penso di aver preso, alla fine, alcune belle immagini negli ultimi 2 giorni. Tengo le dita incrociate per la messa a fuoco.
La mia vista da vicino è leggermente peggiorata qui su, così voi avete visto mie foto/video con indosso gli occhiali. Mi sento benedetta per essere qui a rappresentare il nostro paese e a condurre ricerche di scienziati di tutto il mondo. Tutti gli esperimenti hanno raggiunto molti dei loro scopo, nonostante gli inevitabili intoppi che avvengono quando queste complicate imprese vengono realizzate. Alcuni esperimenti sono stati fatti, extra-scienza. Alcuni sono stati completati e uno è appena partito oggi.
Il cibo è ottimo e mi sento davvero a mio agio in questo nuovo, totalmente diverso ambiente. Ci metto ancora un po' a mangiare perché la gravità non aiuta a spingere giù il cibo nell'esofago. E' anche una sfida restare continuamente idratata. Mentre i nostri fluidi corporei sono spostati verso la testa, il nostro senso della sete è quasi inesistente.
Grazie ai tanti di voi che hanno aiutato me e le mie avventure attraverso gli anni. Questa le ha battute tutte. Io spero che abbiate potuto sentire l'energia positiva che circondava l'intero pianeta quando noi vi scivolavamo sopra.
Vi amo tutti, Laurel".
Ap-Biscom

Saturday, February 01, 2003

CERMIS, UNA STRAGE IMPUNITA
3 febbraio 1998, i tempi della guerra in Bosnia. Dalla base Nato di Aviano parte in volo di addestramento un aereo dei marines. La missione e’ chiamata Easy 01, all’interno dell’operazione pianificata Deny Flight. Il velivolo e’ usato per la guerra elettronica: e’ un Ea – 6 b detto Prowler, il predatore. Decolla alle 14,36.. Alle 15,12 minuti e 51 secondi trancia due cavi della funivia che da Cavalese porta al monte Cermis. Una cabina precipita fino a valle, a ridosso del fiume Avisio. Muoiono diciannove turisti e il manovratore della funivia. Alle 15,26 il Prowler atterra di nuovo ad Aviano. Il pilota dira’: “Ho sentito solo uno scossone”.
L’hanno definita la strage impunita perche’ nessuno e’ stato condannato per quei morti, nonostante le prove precise, pesanti di responsabilita’. Cinque anni dopo, sul luogo della tragedia c’e’ una croce, a memoria. La funivia e’ da tempo nuova, splendente. E la valle del Cermis e’ tornata un luogo di vacanza. Anche perche’ adesso quei voli non possano piu’. Ma nessuno dimentica i lutti. E la rabbia.
Morirono in venti, quel martedi’, in piena settimana bianca: nove donne e undici uomini, se si puo’ chiamare un uomo Philip, quattordici anni, polacco, morto con la madre Ewa. I turisti venivano da tutta Europa: anche da Germania, Austria, Belgio, Olanda. Gente di casa, da anni, su queste montagne. Ma di casa era soprattutto Marcello Vanzo, il manovratore, che quel giorno aveva scambiato il turno, e il destino, con un collega.
Una strage impunita, e’ stato detto. Ma anche piena di misteri, mai chiariti. Un volo radente autorizzato o no?, dieci minuti di silenzio radio (proprio in prossimita’ dell’impatto fatale, dalle 15,05 alle 15,15 quando il pilota lancia l’emergenza), un “mission recorder” sparito, una cassetta video distrutta, una carta di volo contestata, un allarme lanciato da tempo, soprattutto un’assoluzione scandalosa. Andiamo per ordine.
La missione era sicuramente autorizzata dalle autorita’ italiane. Quel volo era il quarto di una lista di dieci presentata dal comando dei marines. C’e’ una sigla sotto a quell’elenco, di un capitano italiano, il cognome comincia per F. Dal segreto militare filtra un particolare: gli americani avrebbero inserito il Prowler in un elenco che invece era destinato solo agli F 16. Un errore. Resta il fatto che nessuno se ne e’ accorto. Ne’ l’altro ufficiale italiano, M.B.G, che controfirmo’, ne’ il centro di controllo di Martinafranca.
L’inchiesta, immediata, della procura di Trento stabilisce in ogni caso la gravissima responsabilita’ del pilota. I voli normali erano autorizzati a una quota di 1100 metri , anche se fosse stato autorizzato al volo radente non poteva scendere piu’ in basso di 650 metri. L’impatto, invece, e’ avvenuto a 150 metri da terra. L’aereo volava sicuramente anche a una velocita’ nettamente superiore a quella prevista. Secondo i dati forniti da un aereo –radar Usa “Awacs” che in quel momento voleva a una quota superiore, il Prowler andava a 500 miglia orarie e non a 100 come previsto dal regolamento. Lo conferma il 12 marzo, quaranta giorni dopo la strage, il rapporto della commissione d’inchiesta americana presieduta dal generale Michael Delong . “La causa dell’incidente – si legge nel documento - e’ stata un errore dell’equipaggio che ha guidato in modo aggressivo l’aereo, superando la velocita’ massima e volando ben al di sotto della quota richiesta”. I periti italiani vanno oltre. Stabiliscono che l’aereo si e’ infilato fra i due cavi tranciati, distanti fra loro fra i trenta e i quaranta metri. Una bravata, insomma. Una scommessa, come tante altre volte, in cui ci si giocava una birra la sera. La gente di montagna e’ di poche parole. Ma ricorda. Testimoni quel giorno hanno visto passare l’aereo pochi istanti prima della tragedia a volo radente sul pelo del lago artificiale di Stramentizzo. E non era certo la prima volta.
La battaglia legale e’ lunga. Ma vince la politica, con Clinton impegnato in prima persona. I militari americani evitano il processo in Italia. Sul Prowler erano in quattro. Il comandante, il capitano Richard Ashby, 32 anni, californiano, 750 ore di volo ,. veterano della Bosnia. Il navigatore Joseph Schweitzer, 30 anni, dello Stato di New York. Dietro, seduti nel retro della cabina, c’erano i due addetti alle attrezzature di ricognizione: Chandler Seagraves 28 anni dell’Indiana e William Raney, 26 anni del Colorado.
Quasi esattamente un anno dopo, l’8 febbraio 1999, si apre il processo davanti alla corte marziale di Camp Lejeune, la base dei marines, nel North Carolina. Il capitano rischia 206 anni di carcere. Il 4 marzo invece e’ assolto, dopo sette ore e mezza di camera di consiglio, da tutte le imputazioni. Uno scandalo: la corte gli riconosce che il volo era autorizzato a una quota di 500 piedi (ma lui stava molto piu’ sotto, altrimenti non avrebbe tranciato i cavi), che le mappe di volo non contenevano le indicazioni della funivia (lo stesso comando dei marines lo ha smentito: sulla Tpc, la carta di pilotaggio tattico la funivia era segnata) e che il radar-altimetro presentava difetti di funzionamento (circostanza mai dimostrata).
Dopo il verdetto Ashby dice: “Adesso le mie preghiere sono tutte per le vittime”. Ma i giornali americani scrivono che il giorno dopo sta a Las Vegas a festeggiare la liberta’.
Sia pure in minima parte, comunque ha poi pagato. Perche’ anche quel giorno, come consuetudine, era stato girato un video delle prodezze. Il video del Cermis non esiste piu’ per un motivo semplice: e’ stato distrutto. La confessione e’ del co-pilota, Schweitzer. Preso dal rimorso, ha dichiarato: “Alla fine del volo ho consegnato la cassetta al comandante. Non l’ho piu’ rivista”. Ma intanto, perche’ reo confesso, lui evita il carcere.
A maggio c’e’ dunque un nuovo processo al pilota, Ashby, per ostruzione di prove. Stavolta e’ condannato, a sei mesi. Ma esce di carcere, non si capisce perche’, con un mese di anticipo. Dal 2 ottobre di quattro anni fa e’ nuovamente un uomo libero. Torna a vivere nella villetta di Jacksonville, vicino alla base dei marines . Non apre piu’ bocca. Ma e’ la sua ragazza, Dodie, a parlare. E’ infuriata.: “La cella di Richard, pensate, non aveva l’aria condizionata. Ha passato i primi mesi da solo a leggere davanti a un tavolo. E io potevo andarlo a trovare solo il fine settimana”. Povero cowboy.
Pino Scaccia

Thursday, January 30, 2003

IL DELITTO DI COGNE
E' trascorso un anno da quella tragica mattina del 30 gennaio 2002, quando una mano sconosciuta ha ucciso il piccolo Samuele Lorenzi. In un anno di indagini, la sola iscritta nel registro degli indagati è la mamma di Sammy, Annamaria Franzoni. E' stata lei a uccidere il figlio? Per gli inquirenti di Aosta sì. Altre persone, solo ''genericamente sospettabili'' - così si legge negli atti processuali - hanno alibi che reggono.
E' trascorso un anno dall'inferno che ha fagocitato le valli tranquille ai piedi del Gran Paradiso. E' bastato il rombo assordante del motore dell' eliambulanza diretta alla frazione Montroz di Cogne, a spezzare il silenzio dei boschi e delle valli.
Sono circa le nove del 30 gennaio 2002, in casa di Stefano Lorenzi e Annamaria Franzoni giace esanime il piccolo Samuele, di tre anni, secondo figlio della coppia, aggredito e gravemente ferito da una mano sconosciuta. Il bambino muore poco dopo, dell' arma del delitto nessuna traccia.
Ecco, minuto dopo minuto, quel che accade quella mattina, dalle ore 5 circa alle 10, a Cogne, in casa Franzoni, in altre abitazioni e per le vie del paese, così come emerge dalla lettura degli atti dell' inchiesta:
ore 5.45 circa: Stefania Neri, medico di guardia, è chiamata dalla famiglia Lorenzi, in quanto Annamaria Franzoni ''si sente poco bene''.
5.45: Carlo Guichardaz, titolare di un negozio di generi alimentari, esce di casa e a bordo del suo furgone si reca in un supermercato all' ingrosso di Burolo (Torino).
5.50-6.00 circa: la dottoressa Neri arriva in casa Lorenzi e visita Annamaria Franzoni. La visita dura circa venti minuti. Alla paziente non viene prescritto alcun farmaco, non ravvisandosene la necessità.
6.20: la dottoressa Neri lascia la casa dei Lorenzi.
6.50-7.00 circa: i coniugi Carlo Perratone e Graziana Blanc, la sera precedente ospiti in casa dei Lorenzi, escono di casa. Lui a bordo di un fuoristrada, lei di una Fiat Punto si recano a Cogne, per aprire il negozio di alimentari gestito dalla donna. Lungo la strada non incontrano nè autovetture, nè persone a piedi.
7.15: Ottino Guichardaz, genero di Daniela Ferrod, vicina di casa dei Lorenzi, esce di casa e si reca a piedi presso un albergo per prendere il furgone del figlio, Carlo, nel garage; poco dopo torna a casa. Alla stessa ora Gino Guichardaz, detto ''fuffy'', più volte assistito in strutture psichiatriche pubbliche, esce di casa, in frazione Gilliman, da solo e si dirige verso Cogne.
7.15-7.20: come ogni mattina, Maria Bethaz consegna il latte fresco al negozio di Graziana Blanc.
7.30-7.40: Stefano Lorenzi esce di casa e si reca ad Aosta.
7,45: Carlo Perratone, dopo aver aiutato la moglie a sistemare le ceste di pane, lascia il negozio di quest' ultima e si dirige in automobile verso il suo negozio a Gilliman, che dista circa tre chilometri.
8.00: Carlo Perratone apre il suo negozio: arriva subito il primo cliente, Gino Guichardaz (Fuffy), seguito poco dopo da un altro abituale cliente, Dario Grappein.
8.00: secondo il Gip, è il momento dal quale decorre il lasso temporale, che si protrae fino alle 8.29, entro il quale l' assassino aggredisce Samuele Lorenzi.
8.00-8.15 circa: Davide Lorenzi esce di casa; in attesa della mamma che lo accompagnerà alla fermata della scuolabus, fa qualche giro in bicicletta davanti all' abitazione. Il piccolo Samuele, che stava dormendo, racconta la mamma, appare su una scala interna di casa. Lei lo rassicura e lo sistema in camera da letto, nel letto matrimoniale.
8.08: Carlo Guichardaz, con il suo cellulare, telefona al cellulare della moglie Daniela Ferrod. Si informa se lei ed il figlio Patrik sono svegli, dato che quest' ultimo deve andare alla scuola materna.
8.13: Ulisse Guichardaz è svegliato da una telefonata del fratello Carlo: quest' ultimo è in ritardo ed invita il fratello a recarsi ad aprire il negozio di ortofrutta.
8.15-8.30 circa: Gino Guichardaz (Fuffy), passato qualche minuto prima per la frazione Montroz, arriva, come tutte le mattine, nel bar Licone di Cogne e, come al solito, beve un caffè.
8.16 circa: Annamaria Franzoni esce di casa per accompagnare il figlio Davide alla fermata dello scuolabus.
8.20: Lo scuolabus arriva alla fermata più vicina alla casa dei Lorenzi. Alla fermata vi sono Annamaria Franzoni ed il piccolo Davide.
8.24: Annamaria Franzoni rientra a casa e trova il figlio Samuele agonizzante.
8.27: Annamaria Franzoni, dopo aver chiamato a voce la vicina di casa Daniele Ferrod, telefona alla psichiatra Ada Satragni, chiedendo il suo aiuto.
8.28: Annamaria Franzoni chiama il 118, dicendo che il proprio figlio vomita sangue dalla bocca.
8.29: Annamaria Franzoni telefona alla ditta per la quale lavora il marito, chiedendo di quest'ultimo. La segreteria riferisce che Stefano Lorenzi non è lì.
8.30 circa: Daniela Ferrod arriva in casa Lorenzi. Qualche minuto dopo arrivano anche Ada Satragni ed altre persone ancora.
8.31: la segretaria della ditta per la quale lavora Stefano Lorenzi telefona a quest' ultimo, che si trova ad Aosta.
8.32: Stefano Lorenzi dal proprio cellulare chiama la moglie al cellulare.
8.33: Lorenzi ripete la telefonata alla moglie.
8.40 circa: Ottino Guichardaz, a bordo del furgone del figlio Carlo, esce di casa e si reca a Montroz, dove abita il figlio e dove è in costruzione la casa dell' altro figlio Ulisse.
8.41: l' eliambulanza decolla da Aosta.
8.43: Carlo Guichardaz conclude gli acquisti nel supermercato di Burolo, come si evince dalla fattura di pagamento.
8.45 circa: Ulisse Guichardaz esce di casa e si reca al negozio di ortofrutta del fratello Carlo, per l'apertura;
8.51-8.52: l'eliambulanza giunge nei pressi della casa dei Lorenzi.
9.06: i carabinieri di Cogne, ricevuta una segnalazione telefonica da Elmo Glarey, guida alpina che aveva coordinato le operazioni di atterraggio dell' eliambulanza, allertano la centrale operativa di Aosta.
9.19: il piccolo Samuele Lorenzi viene trasferito a bordo dell'eliambulanza.
9.43: Carlo Guichardaz, di ritorno da Burolo e giunto piu' o meno all' altezza di Nus (Aosta), riceve la telefonata della moglie Daniela Ferrod, che lo informa dell' accaduto.
9.47: il piccolo Samuele giunge nell' ospedale di Aosta.
9.47: dal suo negozio Graziana Blanc telefona al negozio del marito, Carlo Parratone, e gli chiede se ha saputo di quanto accaduto a Samuele Lorenzi.
9.55: il medico del pronto soccorso di Aosta constata la morte del piccolo Samuele.
ore 10: primo sopralluogo dei carabinieri nella casa dei Lorenzi.

Wednesday, January 29, 2003

DISCUSSIONE LEGGE MERLIN (1949-1959)
di Mitì Vigliero

Saremo in era di Internet, invenzione fantastica per carità, però determinate cose ce le può svelare solo la memoria dei vecchi libri. Il primo "Stupidario" della storia, quello "Parlamentare" uscito nel 1959 nelle edizioni del Borghese di Mario Tedeschi e curato da Luciano Cirri, attraverso un florilegio degli atti ufficiali delle due Assemblee parlamentari fa rivivere, quasi parola per parola, ciò che venne detto nelle sacre aule durante la discussione della legge Merlin, quella che a mezzanotte del 20 settembre 1958 sbarrò le porte delle 590 case chiuse sopravvissute sino ad allora.
Prescindendo dalla bontà o meno della legge, il lettore odierno - soprattutto quello al di sotto degli "anta" - noterà subito quanto siano variati i metodi e i caratteri dell'espressione politica. Innanzitutto, allora, bastava che un onorevole o un senatore aprisse bocca per capire alla prima frase a quale partito appartesse; i DC, spesso quasi parrocchiali nell'ostentata castità, i socialisti grondanti citazioni e spesso ciniche boutade, i comunisti regolarmente astiosi e pronti ad inneggiare alla grande madre sovietica... Oggi invece i politici parlano tutti nella stessa maniera, e distinguerli - anche per questo, oltreché per i "contenuti" - è difficilissimo.
Altro fatto che stupirà il giovane lettore sarà la cultura che, quasi sempre, i parlamentari di allora dimostravano; anche se Mario Tedeschi nella prefazione dello "Stupidario Parlamentare" oltre quarant'anni fa scriveva "la miseria dei dialoghi dimostrerà al lettore che da certi uomini politici non è possibile pretendere di più: non si cava il sangue dalle rape", il fatto che questi utilizzassero termini aulici e parole difficili quali lupanare, lenone, filippica, leguleio, geremiade, mercimonio, ecc, oltre a non sbagliare un congiuntivo manco a pagarli, ce li fa apparire dei geni letterati al confronto delle nuove generazioni che utilizzano solitamente un vocabolario di 230 parole al massimo.
Indubbiamente la discussione della legge Merlin, durata in pratica 10 anni prima di arrivare alla approvazione, raggiunse alti livelli d'umorismo involontario, mostrando anche uno specchio di una società ormai visibile solo nelle vecchie pellicole in bianco e nero. Del resto, la questione delle case chiuse costituiva una saga italiana, in cui si riassumevano tutti i motivi eroici e tipici di quel tempo; il sesso e la mamma, la debolezza umana e la pietà cristiana, il fango e la redenzione. Più che a un dibattito parlamentare, sembrava di prendere parte a un film tipico di quell'epoca, tra il serio e il faceto, interpretato da prostitute, caste fanciulle, ruffiani, poliziotti, lenoni, intellettuali, mandrilloni, padri di famiglia, giovani goliardi, dame di San Vincenzo, il tutto condito da una gran voglia di happy end stile "tutto va ben madama la marchesa", anche perché l'Italia stava per entrare nell'ONU e per farlo doveva abolire in fretta la prostituzione di Stato, cosa che l'organizzazione aveva assolutamente stabilito per i suoi paesi membri.
Protagonisti indiscussi della discussione parlamentare furono due; lei, la Angelina Merlin, classe 1889, professoressa di lingue, senatrice socialista accanita, femminista convinta che però al marito Dante Gallani si rivolse dandogli sempre rigorosamente del "voi", e l'altro socialista Gaetano Pieraccini, che fu sindaco di Firenze, medico antropologo, quello che il 16 novembre '49 esordì alla Camera dicendo: "Il mio discorso sarà forse un po' lungo e particolareggiato; d'altra parte credo di essere il solo a difendere il bordello e quindi mi vorrete scusare". Ma alla fine votò a favore della chiusura pure lui.
Resta una curiosità: pensare che cosa avrebbero commentato i due, e tutti gli altri politici che per noi non sono ormai più che nomi spesso ignoti, nel vedere com'è cambiata l'Italia da allora, quanto sono diverse le idee di moralità, sessualità, buon costume ed educazione in genere. E sono quasi convinta che a tutti loro, oggi, solo ad accendere la televisione verrebbe immediatamente un coccolone.

(da Stupidario Parlamentare, Milano, 1959)

CHE C'ENTRANO LE OSSA CON...?
Merlin Angelina, PSI: "I clienti sono spesso uomini corrotti, sposati e non scapoli soltanto. Sono altresì studenti, operai, soldati che vengono condotti per la prima volta nel lupanare per soddisfare una curiosità. Non resterebbero certamente casti senza la regolamentazione, ma neppure cederebbero ai primi stimoli della passione, quando ancora non hanno le ossa ben formate. Ma ciò avverrebbe più tardi, con un atto normale e sano." (12/X/49)
CASTI SENATORI...
Tartufoli Amor, DC: "Nove benedizioni di Dio sono entrate nella mia casa e sei nipotini la stanno allietando. Io parlo in nome dell'angoscia che tiene il cuore di un padre quando ha numerosi figli, parlo in nome dell'esempio che posso aver dato ad essi per esser giunto al matrimonio in situazione di perfetta purezza..." (28/IX/49)
...E ANGUILLE MANDRILLE
Pieraccini Gaetano, PSI: "Le anguille quando entrano in amore fanno un lunghissimo viaggio di migliaia di km; vanno tutte quante a trovare il loro letto di nozze. Consideri, onorevole Merlin, quanto è potente lo stimolo sessuale!" (16/XI/49)
API E FIORI
Merlin: "Sviluppiamo la coscienza sessuale del cittadino: aprite ai giovani i campi sportivi per esercitare gli sport; moltiplicate gli Alberghi della Gioventù e spianate le vie dei monti e dei mari, anziché lasciare i giovani affollare i vicoli della Suburra in attesa del loro turno dietro la porta del lupanare. Fate che non imparino dalla malizia del compagno più esperto come si genera la vita, ma fate che imparino dall'insegnamento scientifico quanto essa è bella e sacra nel fremito delle piante e degli animali, uomo compreso, che la rinnovano nell'amore!" (12/X/49)
DISTRAIAMO I MARINAI
Riccio Mario, DC: "Particolare considerazione per i marinai che, a volte dopo mesi di crociera, giungono in massa al porto e ovviamente sognano il lupanare. Ma vi sono nazioni che, "invece", li conducono a visitare monumenti e musei, li intrattengono in gare sportive, li distraggono con manifestazioni artistiche e culturali..." (22/XI/49)
DISTRAIAMO SOLDATI E STUDENTI
Cortese Beppe, PSI: "Gli esercizi fisici sportivi, le sale di lettura, il teatro, le gite, le conversazioni, tanto per soldati che per studenti, saranno tali diversivi e tali occupazioni da far avvertire in molto minor grado gli impulsi sessuali!" (22/XI/49)
LENIN DOCET
Merlin: "La sfrenatezza della vita è un sintomo di decadenza. Il proletariato è una classe che deve progredire. Non gli occorre l'ebbrezza, nè come stordimento né come stimolo. Dominio di sé, autodisciplina, non è schiavitù, nemmeno in amore! Signori, questo è l'insegnamento di Lenin ai giovani del suo Paese, e anche noi dovremmo accoglierlo perché esso non contraddice ai nostri credi!" (12/X/49)
PROPRIETÀ DI LINGUAGGIO
Pieraccini: "Per non dire ruffiano devo come dire "souteneur"? Per non dire puttana devo dire etéra o cortigiana? Sarebbe un errore, ché le etére vissero in Grecia, le cortigiane nell'Italia del '500 (Vivaci commenti). A Sanremo ci sono case del gioco, della cocaina, sentine di vizi: in questo caso si dice casinò. Quando si parla di postriboli allora si deve dire "casino" (Commenti vivacissimi). A Sanremo il proprietario dirigente della casa si chiama "concessionario"; quello del casino "ruffiano" (Rumori e grida). Siamo adulti: bando alle ipocrisie (tumulti)." (5/III/52)
QUANTE VOLTE?
Terracini Umberto, PCI: "Fissare numericamente il concetto di abitualità, due volte, cinque volte, dieci volte, mi pare troppo sottile. Esso ricorda la questione degli antichi teologi, su quanti angeli potessero sedere sulla punta d'un ago. Si può discutere all'infinito su simili questioni senza mai trovarsi d'accordo perché è tutta questione personale." (5/III/52)
LA CONTINENZA È 'NA COSA GRANDE
Cingolani: "La continenza per l'amore è una cosa grande. È così alta, così bella questa limitazione che per noi è poesia divenuta realtà, unione di cuori e di anime che traduce mirabilmente quel detto scolpito nella nostra coscienza "Io sono te, unito per tutta la vita, oltre la vita." (6/XII/49)
L'ESEMPIO DEL CORALLO
Pieraccini: "Per evitare la prostituzione, dovremmo essere costruiti come gli animali inferiori, ad esempio il corallo, che è asessuale e non ha il sistema nervoso." (17/XI/52)
ASSOCIAZIONE D'IDEE
Cortese: "Quando nel segreto dell'urna porrete il vostro convincimento per approvare o disapprovare il disegno di legge, ricordatevi della vostra madre, delle vostre figlie, delle vostre sorelle, come io ricorderò mia madre saggia e buona, e mia sorella." (22/XI/52)
MIRACOLO SOVIETICO
Floreanini Gisella, PCI: "Riferendoci all'Unione Sovietica notiamo che gli affetti da malattie veneree erano il 50% negli ultimi anni del regime zarista; dopo il 1917 furono subito e solo il 6% e oggi là, come accadrà da noi grazie all'approvazione di questa legge, non esiste più la prostituzione." (24/1/58)
HAPPY END
Valandro Gigliola, DC: "...E a ciascuna di quelle nostre sorelle infelici più che colpevoli diciamo: finalmente sei libera, va', sii felice, e non peccare più" (24/1/58

Saturday, October 26, 2002

ENRICO MATTEI UCCISO DALLA MAFIA?
Il 27 ottobre 1962, alle 18.57, il bireattore «Executive» dell’Eni che riportava a casa il presidente Enrico Mattei dopo una missione nella Sicilia orientale esplodeva in volo sulle campagne di Bascapè, in Lombardia. Otto anni dopo, il 16 settembre 1970, spariva nel nulla a Palermo il giornalista dell’ Ora Mauro De Mauro. Due misteri insoluti. Due vicende ancora aperte e forse collegate, se è vero che le Procure di Pavia e Palermo, a distanza di tanto tempo, hanno ripreso a indagare e conducono inchieste parallele. Mattei era il manager del petrolio che aveva scommesso sullo sviluppo industriale siciliano negli anni del miracolo economico. De Mauro era il cronista che aveva annusato aria di mafia nell’«incidente» di Bascapè: sensazione confermata anni dopo da vari pentiti di Cosa Nostra, primo fra tutti Tommaso Buscetta. Silenzi e omissioni hanno lasciato i due casi sepolti per decenni, fino al settembre ’94, quando il pm di Pavia Vincenzo Calìa ha riaperto l’inchiesta facendo riesumare la salma di Mattei. Soltanto allora la parola attentato è comparsa in un fascicolo giudiziario. Poi la perizia del centro investigazioni scientifiche dei carabinieri ha accertato la presenza di tracce di esplosivo sulla carcassa dell’Executive.
Opera della mafia, hanno spiegato Buscetta, Francesco Di Carlo e Giovanni Brusca, avallando la soffiata fatta nel ’78 dal boss di Riesi Beppe Di Cristina al capitano dell’Arma Antonio Pettinato, qualche mese prima di essere ucciso. Buscetta fu chiaro: «L’aereo di Mattei non cadde per un incidente o un guasto ma per un attentato deciso dalla mafia siciliana per fare un piacere a una famiglia americana di Cosa Nostra». Nessun nome, ma la rivelazione s’incrocia con quella di uno strano personaggio comparso nell’inchiesta lombarda, una certa «Tania», nome in codice di un ex capitano e archivista del Kgb. Al pm di Pavia ha raccontato che il giorno dell’attentato fu segnalato a Catania (ultima tappa siciliana di Mattei) il mafioso italoamericano Carlos Marcello, emissario delle compagnie petrolifere d’Oltreoceano che avevano motivi di risentimento nei confronti del presidente dell’Eni.
Al centro di tutto sarebbero stati interessi economici legati al mercato mondiale del greggio. Mattei voleva muoversi in autonomia e strizzava l’occhio ai produttori arabi. Di qui la decisione di eliminarlo. De Mauro capì e raccolse materiale, che non finì mai, però, sul suo giornale. De Mauro pensò di farne un film, contattò il regista Franco Rosi ma non fece in tempo a chiudere l’inchiesta. Il 16 settembre ’70 fu inghiottito dal mistero. Sparito per sempre. L’indagine venne chiusa in fretta. L’hanno riaperta, nel gennaio 2001, il procuratore aggiunto Guido Lo Forte e il pm Antonio Ingroia, sollecitati dall’acquisizione di nuovi elementi. «L’inchiesta è in fase preliminare - dice Lo Forte -. Guarda anche alla morte di Mattei»
Enzo Mignosi Corriere della Sera

Thursday, October 24, 2002

LA VERA ALBANIA
Certamente veleggiare in elicottero sulla bella costa albanese doveva essere più appetibile piuttosto che guardare la brutta faccia dell’Albania, quella vera, anche quella dove si vive giorno e notte, estate e inverno nelle discariche – come a Shara, proprio dentro Tirana – andate a vedere, i reietti del mondo, lontano dai bei ristoranti luminosi e profumati. Eppure si vedono, anche dalla strada nazionale, bambini piccoli, donne, padri e mariti che vivono, si nutrono, invecchiano, si ammalano e muoiono sopra a un’immensa, maleodorante discarica. E assurdo che il Silvio nazionale sia sceso nella terra delle aquile a promettere alleanze e aiuti per entrare in Europa e nella Nato volgendo la testa da ciò che più doveva vedere. Non le bellezze naturali della rocciosa costa albanese – novello Aga Khan, ha detto un mio amico albanese stamattina – non i reperti archeologici di Butrinto, ma gli ospedali, le scuole, con topi grandi come gatti, e le case fatiscenti dove le famiglie vittime delle società piramidali – che a suo tempo (1997) vendettero la casa perché abbacinati dal fascino dei facili guadagni delle stupide catene di S.Antonio e poi, quando il giocattolo si ruppe, perdettero baracca e burattini e ora vivono in appartamenti di una stanza anche in quattro !
No caro Silvio, non ci sto. In questo modo hai deluso quelle centinaia di uomini e donne che tutti i giorni lottano per far finire un Euro alla volta nella direzione giusta. Forse non ti hanno detto che nei Balcani operano oltre 1500, dico 1500 ONLUS, e non tutte adamantine nei bilanci, seppure ne abbiamo, eccome, di oneste e operose, che lottano per cambiare una realtà che sembra fatta di quelle gomme a memoria (comunque le pieghi tornano sempre alla forma primitiva). Forse non hai voluto sapere che la locale classe politica, quella al potere o no, si potrebbe sforzare assai di piu’ per onorare i finanziamenti pure enormi che l’Italia, - e diciamolo ad alta voce ! - più di qualunque altro paese dedica all’Albania. Ma perché direte voi, cari lettori ? Bene, il perche’ e’ insito nella difficolta’ che comporta fare grandi ed efficaci progetti quando i soldi da investire sono molti. E i buoni e grandi progetti sono quelli che organizzazioni serie – e ce ne sono tante – aspettano con ansia per edificare, ricostruire, sanare, disinfettare. “Già ma che ci guadagno, io personalmente, da sto’ progetto?” Sembra dire il dirigente pubblico, ministro o meno, di turno, non mi conviene piuttosto dare una mano al tizio di quella ONLUS chiacchierata che ci ha 50.000 dollari nella tasca e me ne ha promessi 10.000 se lo autorizzo a ri-dipingere la facciata della scuola? E’ paradossale ma accade proprio così, i grandi progetti hanno ormai la cassa blindata, dopo le scottature degli anni passati, e non solo italiane: se i soldi sono tanti, si difendono con pre-gare, gare, project managament unit incrociate e a prova di corruzione, etc etc. Ma alla fine succede che i progetti piccoli piccoli, e spesso insignificanti, godono della maggiore attenzione… semplicemente perché ci si può spremere qualcosa e anche perche’ sono assai meno onerosi per la quantita’ e qualita’ del lavoro che c’e’ dietro.
Ma a cosa servono i progetti grandi e costosi? Mi riferisco ad elettricita’, acque, strade, ponti, porti, ferrovie, etc etc. Vediamo da vicino le conseguenze del dissesto albanese.
Se il nostro primo ministro avesse fatto un giretto ad Elbasan, non molti chilometri da Tirana, avrebbe toccato con mano che ci sono trenta casi di tifo e forse aumenteranno. Le piogge intense degli ultimi giorni hanno drenato i batteri fecali (tra cui la temibile Salmonella Typhi) dal terreno e dalle improbabili fognature fin dentro gli sgangherati acquedotti albanesi delle acque potabili. Il risultato è contaminazione certa con gravi conseguenze per la salute pubblica. Ma certamente il ghiaccio che si serve nei ristoranti “buoni” e’ fatto con la minerale “pa gaz” (senza gas) e i viaggiatori in soldi non corrono alcun rischio. Si poteva recare all’ospedale universitario o al traumatologico e militare dove, con le finestre rotte, si attende la morte senza diagnosi, senza cure, con ascessi post-chirurgici nella parete addominale (roba da era pre-antibiotica) in attesa della santa “vis sanatrix naturae”, se mai arriverà.
Ci sono posti in Albania dove, le parti anatomiche amputate, per le ancora troppo frequenti ferite da arma da fuoco, vengono seppellite nel prato dietro l’ospedale e i cani randagi possono andare a dissotterarle, orrore! Ci sono improbabili centri per la riabilitazione delle vittime degli ordigni esplosivi (ancora un centinaio all’anno, con qualche raro incidente mortale) dove si arrangiano protesi facendo sforzi enormi con i budget mignon che sono a disposizione. Ecco, quindi, perche’ si fugge dall’Albania con lo scafo o senza, con il visto, senza visto, comunque. Un volta un albanese mi ha detto: “Voglio fuggire in Italia, perche’ se li’ mi sento male e mi butto per terra, certamente mi portano in un ospedale dove c’e’ un letto pulito, la luce, l’acqua e quant’altro per non morire...”. Non ho saputo cosa rispondere. E diceva il vero. C’e’ un reparto al policlinico universitario di Tirana dove, in piena estate, l’acqua arriva per alcune ore, solo alle prime luci dell’alba. Allora una popolazione di gente accovacciata nei corridoi si alza per andare a lavare i parenti ricoverati. Ma quel che più rattrista è che anche io, dopo anni d’Albania, sto facendo il facile gioco di tirare al bersaglio della inefficienza eclatante della classe dirigente albanese. Ma questo non rende giustizia del mio intelletto. Infatti, come criticare tutto questo se non se ne esaminino con attenzione i motivi? Troppo facile salire in cattedra e giudicare.
Facciamo un attimo due conti. Premesso che la vita in Albania, cioè benzina, carne, scarpe, vestiti, libri, etc costano ormai come in Italia, che diranno i nostri lettori nel sapere che lo stipendio medio non supera i 200 Euro al mese, in qualche caso 300? Comunque, per dirla franca franca, il Vice Procuratore Generale in Albania guadagna 500 Euro al mese. Un Ministro 700. Detto questo, l’equazione sembra avere una soluzione nel mondo dei numeri reali. Cosa deve infatti fare un poliziotto che ferma un automobilista colto in divieto di sosta ? Elevare una multa o acchiapparsi la “regalia” di un Euro già infilata tra le pagine della patente che il cauto automobilista già gli porge ? E cosa farà il professore universitario prima degli esami di fine corso? E il tecnico della locale compagnia telefonica, verrà a controllare la centralina se non gli diamo una mano ? L’infermiera ci farà l’iniezione all’ora giusta se non c’è quell’aiutino ? La guardia giurata della banca mi farà parcheggiare sulle strisce gialle se non pago il pizzetto ? E quel padre di famiglia non rubera’ di notte un tombino dalla strada? In Montenegro, per il metallo, ti danno 100 dollari tondi tondi! Provate a moltiplicare questa grande matrice numerica per tutte, dico tutte le persone, con cariche pubbliche oppure no, e avrete il quadro completo del disturbo principale in questo paese: una discrepanza schiacciante tra lo stipendio e il costo di quel che serve per vivere. Ve lo immaginate, cari lettori, un Di Pietro mani pulite che combatte a 500 Euro al mese ? Io me lo immagino, soprattutto, quando ebbe quel problemino di ritmo cardiaco e, in men che non si dica, fece tutti i controlli, finanche la scintigrafia cardiaca, senza dare neanche una mancetta !! Me lo immagino in Albania, come incubo delle ore diurne! Cari lettori in Albania la sanità non è pubblica, anche quel poco che ti possono fare è davvero privato… “intra moenia” !
Ma sì, diciamoci la sacrosanta verità, è stato molto più piacevole andare a vedere le bellezze naturali nella terra delle aquile! E, soprattutto, quando verrà a Tirana, godiamoci il Milan ! Alè !
Penna Bianca

RAPPORTO SULLA CECENIA: STORIA DEL SOLDATO IVAN
Anche questa e' una guerra infinita. Come in quello che era il territorio jugoslavo, anche nella ex Unione Sovietica c'e' molto odio, odio antico. Russi e ceceni continuano a scontrarsi e a morire, da molti anni. I combattimenti piu’ lunghi e piu’ furiosi intorno a Grozny, la capitale della repubblica separatista. Da quest'inferno ci giunge una drammatica testimonianza. Due reporter russi sono andati al fronte, a Urus-Martan, un grosso villaggio caucasico, dove e' stato rapito addirittura un Pope in missione di pace. I due russi, Yuri Jgum e Sergei Kalinin, hanno parlato con i soldati, tentando di capire il perche' di questa guerra, ma soprattutto se finira'. Questa e' la storia dei loro incontri.
Il villaggio e' stretto dai carri armati. Su un carro c'e' scritto "grazie per aver adempiuto il vostro dovere di soldati" E' l'81esimo reggimento della Guardia. Il comandante si chiama Ivan. Il cognome non importa.
- Potrebbe raccontarci che cosa l'ha impressionata di piu', tra le cose che ha visto o ha vissuto?
" Bisogna capire innanzitutto che quando si combatte e' difficile giudicare. questo si puo' fare dopo, ma in quei momenti pensi soltanto a come dare gli ordini, a come risparmiare gli uomini, come adempiere al meglio i compiti ricevuti. Ricordo un episodio. il carro armato che ci faceva da copertura venne colpito. noi facemmo in tempo a tirare fuori soltanto il comandante, gli altri due morirono. In un primo tempo il tiratore era ancora vivo e sparava, poi ci fu un'altra esplosione. la torretta del carro volo' via. Avvenne tutto sotto i miei occhi. Non lo dimentichero' facilmente. Un conto e' parlare di morte, un conto e' vederla, trovarcisi in mezzo".
- Ma esattamente cosa ha provato? Emozione, paura, dolore?
"Se qualcuno in questi casi dice di non aver avuto paura penso che non dica la verita' perche' in ciascuno c'e' l'istinto di autoconservazione. forse, prima dell'inizio del combattimento tutti ci accorgiamo di esserci sopravvalutati. ma questo dura poco. proviamo paura per pochi secondi, poi prevale il senso di responsabilita'.
- Ma capita talvolta di provare compassione per il nemico?
"Penso di si. per esempio, quando siamo entrati in citta' senza dover usare le armi, noi volevamo risolvere i problemi pacificamente. Abbiamo sparato soltanto per rispondere quando ci hanno attaccato. comunque, si prova un senso di compassione verso tutti.in questa guerra e' morta molta gente pacifica, molti civili. Esprimo la mia profonda condoglianza a questa gente."
- Ma cosa costa una guerra intimamente, cosa resta ai soldati che tornano a casa dal fronte?
"Nel momento in cui si smette di combattere, lo stato morale e psichico e' soddisfacente. ho parlato con tanti ufficiali e soldati. certo, non auguro a nessuno di vivere cio' che hanno vissuto. pero' dopo un giorno di riposo si e' pronti di nuovo a combattere. Naturalmente la guerra e' guerra, non risparmia nessuno, c'e' gente traumatizzata che passera' un periodo di riabilitazione."
In un campo pieno di neve c 'e' una tomba. C'e' scritto: "sergente maggiore della guardia buluscev - rem sciamilievic 19/9/68 - 19/2/95, caduto nell'adempimento del dovere
A pochi passi c'e' un piccolo ospedale da campo. C’e’ un soldato ferito. E' stato appena ferito. "Io sono della regione dell'Altai - dice -. Non ho grandi problemi e poi a casa non c'e' nessuno ad aspettarmi"
- Ma cosa e' successo? Era possibile evitare lo scontro?
"Forse abbiamo sbagliato, non c'e' stata una buona organizzazione. e poi questa non e' una guerra, ma una guerriglia, si combatte nelle strade, nei boschi. noi stavamo in un bosco. eravamo nascosti, ma ci hanno scoperti. abbiamo sparato, ma ci hanno circondato. erano tanti. tre dei nostri sono stati feriti, uno illeso. ci hanno disarmati e hanno detto: dite grazie che vi abbiamo catturato noi. poi ci hanno sparato.
Un altro soldato ferito. Si chiama Alia, ha diciannove anni.
-Come ti senti?
"Bene, ormai mi hanno tolto la protesi. le gambe pero' sono come rinsecchite"
-Fai dei sogni?
"Succede che qualcuno mi spari"
-Cosa pensi, tra un anno o due sarai ancora tormentato dalla guerra o no?"
"Non credo. e se anche fosse sopportero'. ma non credo"
Interviene l'ufficiale medico. Spiega: "C'e' anche in Russia che parla da anni di "sindrome afghana". E' successo in realta' quello che sta accadendo con la cosidetta "sindrome cecena". Prima nasce il termine e poi comincia ad arricchirsi di fatti. Sto studiando questo fenomeno, perche' da quando nella stampa si e' cominciato a parlare di sindrome ho notato che, se prima i rapporti con i nostri pazienti erano normali, adesso si verificano casi di pazzia o di profondo malessere. Bisogna andarci cauti, perche' a volte si cerca cosi' di giustificare persino il proprio passato".
Passa un soldato. Ha un fogliettino con l'indirizzo di casa. "Dite a mia madre che sto bene e che spero di tornare presto”. Passa un altro soldato. Urla: "La guerra e' guerra. Ma poi tutto torna a posto. E' solo questione di tempo".
Pino Scaccia